“You can’t kill the Spirit”

She is like a mountain/Old and Strong/She goes on and on and on … 

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Questo il refrain di una delle più famose canzoni pacifiste femministe degli anni Ottanta: “un tributo al lavoro delle donne per la pace e la giustizia, ad un mondo libero dal nucleare”. 

Il 12 dicembre 1979 la NATO, senza richiedere l’approvazione dei parlamenti dei paesi coinvolti, decise di dislocare nelle basi europee i nuovi missili nucleari Cruise e Pershing. I paesi interessati erano cinque – Belgio, Germania occidentale, Gran Bretagna, Italia e Olanda -, la protesta montò in tutta l’Europa occidentale, negli Stati Uniti e in Australia. La portata della minaccia nucleare fu tale da risvegliare il movimento contro l’atomica, silente sin dai tempi della crisi missilistica cubana, introducendovi una variabile imprevista, tutt’altro che irrilevante: quel movimento, generalmente ispirato e rappresentato da uomini, venne monopolizzato dalle donne.

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Furono loro, le donne, in primis le donne britanniche, ad utilizzare la propria specificità di genere per confrontarsi con il potere politico globale, il potere nucleare, dando vita ad un vasto movimento pacifista trans-europeo ed impulso ad una nuova era della protesta femminista. 

Non era certo la prima volta che le donne si esprimevano con forza sul disarmo e l’anti-militarismo, ma l’aver focalizzato l’iniziativa sul materno, erigendolo a difesa della vita, dei propri figli e delle generazioni future, fece sì che alla protesta aderisse un gruppo eterogeneo ed inedito, composto da casalinghe conservatrici, attiviste pacifiste dai capelli bianchi, giovani femministe pronte ad invadere la base con azioni dimostrative.

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E diventasse fonte d’ispirazione per esperienze analoghe ovunque nel mondo, anche in Italia.

Tutto cominciò con una marcia partita quando, dopo oltre un anno di valutazioni strategiche, la NATO rese noto che laPM_1932-600x400 base militare di Greenham Common nel Berkshire avrebbe ospitato 96 missili Cruise. Era il 27 agosto 1981 e 36 donne, attiviste della “Women for Life on Earth”, partirono da Cardiff alla volta di Greenham, dove arrivarono 10 giorni dopo. Avendo chiesto senza successo un confronto televisivo con il governo sulla questione nucleare, decisero di accamparsi fuori dalla base. greenhamNon potevano immaginare che quell’esperienza sarebbe durata complessivamente 19 anni.

Infatti, sebbene la presenza stabile delle donne cominciò a ridursi  verso la fine degli anni Ottanta, quando con l’avvio del programma nucleare Trident fu chiaro che i missili presenti nella base di Greenham  sarebbero stati trasferiti altrove (l’operazione fu completata nel 1991), le ultime attiviste lasciarono il campo solo nel 2000, quando fu loro riconosciuto il diritto ad erigere sul posto un memoriale.

Si trattò di una protesta lunga, caratterizzata da una straordinaria creatività nonviolenta. 

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Dopo una prima fase di assestamento, nel febbraio 1982 le partecipanti all’occupazione decisero che il campo pacifista doveva essere esclusivamente femminile, affinché fosse garantita una completa adesione all’azione nonviolenta, in particolare nei momenti di confronto con la polizia e l’esercito.

Le cariche di polizia e gli arresti furono, infatti, numerosi. Ma gli accampamenti si ricostituirono dopo ogni sgombero. 

Non mancarono, inoltre, imponenti eventi dimostrativi, come l’Abbraccio alla Base del 12 dicembre 1982,

quando 30.000 donne rispondendo all’appello lanciato dalle attiviste raggiunsero Greenham per abbracciare la base, e la catena umana lunga 23 Km che nell’aprile 1983 collegò Greehnam Common allo stabilimento atomico di Aldermaston, a cui parteciparono 70.000 persone provenienti da tutto il mondo.

Ma il Women’s Peace Camp di Greenham fu, soprattutto, un luogo in cui il rifiuto popolare al nucleare prese corpo intorno ad una riflessione teorica ecologista e pacifista, trasmessa attraverso i tour di conferenze, tenute dalle attiviste presso altri campi analoghi nel mondo, le canzoni, raccolte nel volume Greenham Women Are Everywhere, un documentario diretto da Beeban Kidron e Amanda Richardson, Carry Greenham Home, e persino un racconto di Nicky Edwards, Mud

Dovendo scegliere una parola-chiave per definire quell’esperienza, la scelta cadrebbe su resilienza: non a caso le protagoniste scelsero come emblema la ragnatela a simboleggiarne la tenacia e la pazienza. 

 

(7 – Continua)