Resistenza nonviolenta e guerre balcaniche

Questo post, nel quale raccontiamo la resistenza nonviolenta del Kosovo e con essa un esempio riuscito di islam nonviolento, conclude la serie dedicata ai non-eroi, realizzata in preparazione dell’uscita del secondo numero della collana ‘Case Studies’.

Situato nell’area sud-orientale dell’Europa, il Kosovo si è autoproclamato Repubblica indipendente il 17 febbraio 2008. L’indipendenza non è stata riconosciuta dalla Serbia, sebbene la Repubblica kosovara sia stata riconosciuta dalla maggioranza dei paesi ONU e goda di autonomia di governo dal 2012, da quando il gruppo di controllo internazionale ha lasciato il suo territorio. La storia contemporanea della regione si inserisce in quella drammatica delle guerre che hanno segnato la ex-Jugoslavia nell’ultimo decennio del Novecento. La destabilizzazione cominciò alla fine degli anni Ottanta quando nelle repubbliche della federazione jugoslava – Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Serbia e Montenegro – s’inasprirono le spinte per ottenere l’indipendenza, dando inizio ad una lunga guerra civile, accompagnata da diverse guerre secessioniste a base etnica.

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Le guerre balcaniche precipitarono con il collasso della Bosnia e gli assedi di Sarajevo e Srebrenica del 1995, a cui seguirono gli accordi di Dayton. Gli accordi  riconobbero le aspettative nazionaliste delle ex-repubbliche federali, mortificando però le istanze di indipendenza della provincia autonoma del Kosovo, situata in territorio serbo ma a maggioranza musulmana albanese, che pure non era stata risparmiata dagli orrori della pulizia etnica e della guerra. Tra il 1990 e il 1991, infatti, il governo federale presieduto da Milosevic incentivò la colonizzazione serba del Kosovo, giustificandola con l’alto valore simbolico che la regione ricopriva per l’identità nazionale serba. La “serbizzazione” del Kosovo fu molto aspra: i serbi presero il controllo del governo di Pristina, avviarono operazioni di polizia sul territorio e procedettero all’apartheid culturale, cancellando i programmi scolastici in albanese per introdurre quelli in serbo e disponendo ingressi e orari differenziati per i bambini serbi e i bambini albanesi, e sostituendo il personale sanitario e amministrativo di etnia albanese. Queste operazioni, in particolare l’apartheid culturale e i controlli di polizia avevano lo scopo di riequilibrare i rapporti demografici fra le parti in favore dei serbi, la cui presenza nell’area era da sempre minoritaria. Gli albanesi kosovari non ebbero molte opzioni di fronte alla situazione che si stava imponendo loro: chi ne ebbe la possibilità, emigrò; quanti rimasero tra il 1990 e il 1995 scelsero di ribellarsi ai soprusi del governo federale, adottando la resistenza nonviolenta come strumento di lotta. 

imagesIl movimento nonviolento fu coordinato in particolare dalla Lega democratica per il Kosovo (Ldk), un partito fondato da intellettuali e guidato dallo scrittore Ibrahim Rugova. Intellettuale musulmano di etnia albanese, il politico Rugova ha provato a disarticolare il binomio armi-potere, in un contesto dominato da criminali e signori della guerra, avviando una seria critica al nazionalismo. Convinto, infatti, che l’amore per il Kosovo non si misurasse con l’odio per i serbi, per smontare il nazionalismo serbo ha criticato anche quello albanese, in particolare quello armato del movimento di liberazione (Uçk). Su questo assunto ha preso corpo la resistenza disarmata kosovara, fondata su obiettivi precisi, quali l’autodeterminazione e la difesa della comunità albanese; e su metodi propri della disobbedienza civile, come il  boicottaggio delle leggi e delle istituzioni federali, la renitenza alla leva, la resistenza nonviolenta alle provocazioni, la divulgazione della lotta e la costituzione di uno Stato parallelo. 

Uno degli aspetti più dirompenti di questa iniziativa va rintracciato nell’ostinata volontà di tornare al dialogo. 

IMG_0703Il 1990 fu ribattezzato, non a caso, l’anno della riconciliazione, caratterizzato da un programma di incontri clandestini fra cittadini di diversa etnia e diversa religione, affinché ciascuno potesse raccontare i torti subiti dall’altro e riceverne le dovute scuse per ricucire i rapporti incrinati dal clima incandescente del momento. Gli incontri di riconciliazione furono di preparazione ad un singolare funerale, svoltasi a Pristina il 10 luglio 1991: migliaia di persone accompagnarono il feretro della violenza, sepolto in nome dell’autonomia del Kosovo da ottenere senz’armi. Da quel momento si contarono diverse iniziative di resistenza nonviolenta, tali da mettere in difficoltà il governo federale.

Unknown-2Accanto ai reiterati digiuni di Rugova contro gli atti di violenza, che contribuirono a dare visibilità internazionale alla situazione della regione benché Milosevic continuasse a minimizzarla, si registrò una imponente ribellione al coprifuoco imposto ai cittadini di etnia albanese che, per le modalità con cui venne attuata, costrinse il governo a revocarlo. Quando scattava il coprifuoco, i cittadini di origine albanese tornavano nelle proprie case, mettevano una candela alla finestra e, ad orari concordati, cominciavano a produrre rumori con oggetti metallici, generalmente pentole. Questo esempio di creatività proprio dell’agire nonviolento rese nulla la misura restrittiva imposta dal governo, che fu infatti costretto a cancellarla, poiché la polizia non poteva impedire azioni svolte dai singoli all’interno delle proprie abitazioni

La costituzione dello Stato parallelo favorì, inoltre, iniziative dal grande valore civile come l’organizzazione delle scuole e dei servizi sanitari paralleli, permettendo ai cittadini di etnia albanese di continuare ad esercitare i propri diritti all’istruzione e alla salute, nonostante le reiterate misure di segregazione imposte loro dal governo centrale.  

La situazione interna precipitò dopo gli accordi di Dayton. La delusione per il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo spinse il fronte di resistenza albanese per la liberazione al confronto violento con i serbi e la guerra civile che ne seguì non risparmiò nessuno, neppure i kosovari albanesi della lega democratica. Una guerra cruenta conclusasi nel giugno del 1999, dopo la prolungata serie di bombardamenti Nato, quando i serbi si ritirano, il fronte di liberazione consegnò le armi e si insediò il gruppo di controllo internazionale.  

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Gli eventi sembravano aver decretato la fine politica di Rugova e della resistenza nonviolenta, ma quando furono indette le elezioni politiche nel 2001 Rugova venne eletto presidente.

I detrattori di Rugova ne hanno deriso l’iniziativa, tacciandola di ingenuità, mentre gli studi sulle guerre balcaniche dedicano davvero poco spazio alla resistenza nonviolenta kosovara, sebbene anche ad essa e al coraggio dimostrato da tanti cittadini inermi si debba la tenuta del fronte interno e la possibilità di ricomposizione sociale avviata alla fine del conflitto. Di certo, rimane escluso dalla riflessione il fatto che Rugova abbia portato nella virulenta politica balcanica la virtù della mitezza, dimostrandone l’efficacia attraverso la ridefinizione del concetto di mascolinità, piuttosto arcaico nelle culture fortemente patriarcali: “il vero uomo non è chi reagisce alla violenza altrui, bensì chi mantiene il controllo”. Si tratta di un rovesciamento culturale importante, non inedito per un leader musulmano.

(8 – Conclusione)

 

Uno straordinario travestimento di massa

«Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili», così scriveva Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile (1970) a proposito della semi-cancellazione delle donne dalle memorie pubbliche.

In Italia la memoria pubblica della seconda guerra mondiale ha a lungo ignorato uno straordinario episodio di azione nonviolenta, unico nel suo genere in Europa, di cui furono protagoniste assolute le donne: il travestimento di massa dei soldati sbandati dopo l’8 settembre 1943.

Il proclama Badoglio, annunciando, da un lato, l’armistizio e la cessazione delle ostilità verso le forze anglo-americane e, dall’altro, di rispondere agli attacchi di qualsiasi altra provenienza, mise a rischio la vita di migliaia di militari italiani, che nel tentativo di salvarsi cominciarono a disertare. 

B987218C-94CF-47D1-90DC-9D775A4FB66CStigmatizzati come vili e traditori, nel giro di poche ore diventarono un bersaglio tanto per gli ex-alleati nazisti, che con le loro truppe già sul territorio potevano facilmente farli prigionieri, quanto per le  autorità italiane poiché la diserzione in caso di cattura apriva loro le porte della corte marziale. 

F7D282C4-BDB7-4A66-B524-4C940D20F4A3Di fronte a quelle vite in pericolo, le donne agirono in ordine sparso e con spirito nonviolento per trasformarli da militari in civili. Non si posero domande su chi fossero, per quali idee avessero combattuto e per quali ragioni scappavano, semplicemente li nascosero, trovarono loro abiti adeguati, distrussero le uniformi e li accompagnarono ai treni perché potessero raggiungere le loro famiglie, mettendo così a segno una grandiosa operazione di salvataggio realizzata attraverso un travestimento di massa. 

Se una tale azione fosse stata condotta armi alla mano, svaligiando i negozi per procurare gli abiti civili, sarebbe entrata di diritto nella costruzione della memoria postbellica della guerra e della Resistenza, ma essendo stata realizzata senz’armi ne è rimasta esclusa per molto tempo.

Ciononostante, per quanto esse stesse ci abbiamo restituito una memoria ridimensionata degli eventi, sostenendo di aver fatto quello che ritenevano giusto e che ‘istintivamente’ sentivano di dover fare, l’8 settembre 1943 le donne italiane operarono una “straordinaria manutenzione della vita”, un’operazione di maternage di massa, condotta da una soggettività femminile forte e tenace in soccorso ad una mascolinità fragile e pericolante.

(6 – continua)

Foto della resa tratta da  “8 settembre 1943. Cronaca della giornata in cui l’Italia si arrese agli Alleati e si illuse che la guerra fosse finita” di Davide Maria De Luca  (https://www.ilpost.it/2013/09/08/8-settembre-1943/).

I ragazzi del Club Churchill

Il 9 aprile 1940 con un’operazione di un solo giorno la Germania nazista occupò la Danimarca, un paese neutrale su cui Hitler aveva indirizzato le proprie mire allo scopo di conseguire fra l’altro una maggiore arianizzazione della razza tedesca. La fraternizzazione dei soldati della Wehrmacht con la popolazione femminile locale avrebbe dovuto contribuire alla nascita di una nuova generazione di tedeschi-vichinghi: obiettivo patetico, se non fosse stato diretta conseguenza delle politiche razziali naziste.

 

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Il re Cristiano X e il governo danese per proteggere i cittadini decisero di negoziare con i tedeschi e nel farlo misero in pratica la tecnica del come se, agendo cioè ‘come se’ la Germania fosse un partner normale e non un usurpatore e la Danimarca potesse negoziarvi da pari a pari benché fosse sotto occupazione. Ne derivò la firma di un memorandum in base al quale i tedeschi lasciavano al governo in carica il controllo in materia di legislazione scolastica, politica economica e finanziaria, fisco e distribuzione delle risorse, nonché la gestione dei procedimenti giudiziari; mentre le autorità danesi si impegnavano a contenere l’opposizione dei civili contro i tedeschi. Un accordo ragionevole che avrebbe permesso di ridurre al minimo i danni alla popolazione, evitando rappresaglie e spargimento di sangue, tanto da ottenere un ampio consenso popolare. Ciononostante, i danesi non tennero un atteggiamento passivo nei confronti dell’occupante.

La resistenza nonviolenta contro i nazisti assunse ben presto una forma organizzata e il Club Churchill ne fu una delle prime espressioni. 51lcUmF2jXL._SX330_BO1,204,203,200_Il Club si costituì nella cittadina di Aalborg nell’autunno del 1941 ad opera di otto ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni i quali, sotto la guida del quindicenne Knud Pedersen, la cui storia è stata ripresa di recente nel volume The Boys who Challenged Hitler (2015), misero a segno 25 azioni di sabotaggio ai danni della Wehrmacht, rubando armi e distruggendo veicoli militari. La loro iniziativa fu interrotta nel maggio 1942 quando la polizia li arrestò con l’accusa di aver distrutto beni di proprietà tedesca. Mandati a processo, gli otto ragazzi furono condannati al pagamento di quasi due milioni di corone danesi e a tre anni di prigione. La condanna scatenò la protesta della popolazione, che si concluse con la scarcerazione dei giovani.  

La ribellione popolare, sebbene tesa a rovesciare la sentenza di un tribunale danese, si inserisce fra le numerose azioni intraprese dai cittadini con l’intento di isolare culturalmente i nazisti e fiaccarne il morale. Nello stesso periodo in cui il Club Churchill organizzava rischiose operazioni di sabotaggio, si consolidava un’altrettanto coraggiosa quanto anonima forma di resistenza popolare detta del voltare le spalle, a cui chiunque poteva partecipare compiendo gesti semplici come fingere di non comprendere il tedesco se interpellato; uscire dai negozi all’ingresso di un soldato della Wehrmacht; camminare in gruppo a testa bassa verso una colonna nazista fino a costringerla a deviare il percorso. A queste azioni di resistenza popolare parteciparono in molti, compreso il re Cristiano X, ciascuno assumendo su di sé un rischio calcolato ma non per questo più lieve. 

(5 – continua)

L’immagine dei ragazzi del Club Churchill è tratta da Wikipedia. La copertina del saggio è tratta da Amazon.com

L’identikit del non-eroe

Chi è il nonviolento? Nel dare una risposta a questa domanda, si cercherà di risolvere due possibili quanto facili equivoci.

Il primo riguarda il genere della nonviolenza. 

In “Quando il non-eroe è femmina” abbiamo visto come fra nonviolenza e femminismo vi sia una certa affinità: questo non implica che la pratica nonviolenta sia una prerogativa delle donne. La storia del Novecento tende anzi a riconoscere fra i leader nonviolenti quasi esclusivamente degli uomini.

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In realtà, l’iniziativa nonviolenta ridefinisce i modelli di genere vigenti, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne.

Il secondo attiene al rifiuto della guerra, attitudine che induce ad identificare il nonviolento con il pacifista e si tratta di un equivoco non da poco. Il pacifista è seguace di una dottrina, il pacifismo, che rifiuta il ricorso alla guerra nella risoluzione delle controversie internazionali, non rifiuta però altre formule altrettanto violente di contenimento: embarghi, bombardamenti mirati, ecc. In base a questa definizione si può affermare che sebbene molti pacifisti siano anche nonviolenti, difficilmente l’attivista nonviolento è un pacifista. 

Nel volume “La conta dei salvati”, Anna Bravo ha tracciato un identikit del soggetto nonviolento, descrivendolo come una persona che:

– non si limita a rigettare le armi (proprie e improprie che siano), ma rifiuta l’odio e cerca di trasmettere al “nemico” questo talento;

– non rinuncia ai conflitti, ma li apre e prova ad affrontarli in modo evoluto, con soluzioni in cui nessuno sia danneggiato, umiliato, battuto;

– non vive negli interstizi lasciati liberi dal potere, ma lo sfida;

– aderisce ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli;

– non è equidistante rispetto alle disparità sociali, ma le individua e ne promuove il superamento;

– non è né remissiva né ingenua, bensì paziente e mite, capace di inventare tattiche nuove per raggiungere i propri obiettivi: se così non fosse stato, ad esempio, la Marcia del sale, condotta dal 12 marzo al 5 aprile 1930 e a cui parteciparono in migliaia decretando la crisi dell’impero britannico, non avrebbe potuto avere luogo.

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I soggetti nonviolenti sono, dunque, uomini compassionevoli e donne sicure di sé, che sarebbe riduttivo definire pacifisti. Essi sono piuttosto dei “peacemakers” ovvero dei “facitori di pace”: si impegnano a costruire le condizioni alternative alla violenza e alla guerra “partendo da sé”, cambiando il proprio modo di agire, di pensare, di parlare. Il loro obiettivo è favorire la crescita di “società capaci di pace (peaceable societies)” e la loro iniziativa prevede un impegno duraturo e costante nel tempo. 

(4 – continua)

L’immagine della Marcia del sale è tratta da Wikipedia

Quando il non-eroe è femmina

A rendersi protagonisti del lavorio semplice e costante orientato alla tutela dell’esistenza sono i soggetti deboli, coloro che pur essendo privi di un reale potere non si sottraggono di fronte alle sfide e affrontano i conflitti senza odio, senza danneggiare ed umiliare il ‘nemico’, pensando in termini di vantaggio reciproco.

Costruire condizioni alternative alla violenza e alla guerra non è impresa semplice,  impone di rivedere il proprio modo di agire, di pensare, di parlare, di avviare quella che Aldo Capitini ha chiamato la “rivoluzione nonviolenta”: un’iniziativa individuale da allargare a livello sociale attraverso il dialogo e l’educazione.

Per quanto l’iniziativa nonviolenta sia universale e, anzi, tenda a ridefinire i modelli di genere, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne, è altresì vero che proprio in quel cambiamento “a partire da sé”, evocato poc’anzi, si debba rintracciare l’affinità fra nonviolenza e femminismo così efficacemente sintetizzata da Anna Bravo: entrambe le pratiche riscrivono la storia, includendo quanti vi erano esclusi; implicano una rivoluzione interiore; valorizzano le mediazioni; richiamano alla pazienza; al senso del limite; alla cura delle cose piccole e fragili della vita quotidiana, quelle cose cioè diligentemente distrutte dall’approccio militare-tecnologico prettamente patriarcale che caratterizza la definizione di potere nelle società in cui viviamo.

Un esempio di tale affinità è rappresentato dal Congresso internazionale delle donne svoltosi a L’Aia dal 28 aprile al 1° maggio 1915. 

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L’Europa era in guerra, ma nonostante le difficoltà e i pericoli cui andarono incontro per raggiungere l’Olanda, all’inaugurazione dei lavori congressuali erano presenti 1136 donne provenienti da paesi neutrali e belligeranti, in rappresentanza di 13 nazionalità: c’era un’italiana, Rosa Genoni, e soprattutto c’erano le donne tedesche ed austriache. Una presenza dal forte valore simbolico, considerando che le rappresentanze tedesche e austriache erano state escluse da tutti i consessi internazionali alla dichiarazione di guerra. 

Si trattò di un congresso femminista e fu a pieno titolo un’iniziativa nonviolenta. 

Il congresso per il fatto stesso di riunirsi rappresentò un’aperta sfida al potere da parte di soggetti deboli, donne escluse dal dibattito politico perché non aventi diritto al voto e prive di eleggibilità.

Espresse l’adesione ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli e a superare le ingiustizie, mettendo in discussione il rapporto guerra/donne elaborato dalla cultura dominate secondo cui la guerra era necessaria alla protezione delle donne. “Noi donne giudichiamo la guerra differentemente dagli uomini” avrebbe dichiarato Aletta Jacobs. Non in termini di perdita di potere bensì di vite. La perdita degli altri, dei mariti e dei figli, dei padri e dei fratelli, ma anche di se stesse: l’unica risultante certa della guerra era il profondo danneggiamento del “genere umano”.

Propose una soluzione “win-win” al conflitto in corso, indicando nell’immediato-cessate-il-fuoco il primo passo da compiersi, a cui far seguire l’avvio di un confronto costruttivo fra belligeranti, tale da condurre con l’ausilio dei Paesi neutrali alla sottoscrizione di una pace negoziata, senza vincitori né vinti.

Indirizzò lo sguardo sulle possibili forme di riconciliazione. Il desiderio di unità tra esseri umani a salvaguardia di una civiltà condivisa andava di pari passo con la volontà di promuovere forme di mutua comprensione fra le nazioni, per evitare che si manifestassero sentimenti di odio e desideri di rivincita. In questa prospettiva va letto il progetto di intervenire direttamente sull’educazione dei bambini, affinché il ricorso alle armi nella risoluzione delle dispute diventasse inammissibile. 

Infine, quasi a voler dar corpo alla funzione politico-sociale della “cura”, intesa come antidoto alle derive violente della società, le donne riunite a L’Aia decisero di inviare un carico di tulipani ai soldati feriti, ricoverati negli ospedali da campo. Le duecento scatole di fiori, che a causa delle distanze non raggiunsero l’Austria-Ungheria, la Russia e neppure altri paesi dell’est e sud Europa, arrivarono negli ospedali dislocati in Inghilterra, Germania e Paesi Bassi.

1Fiori per sanare la distruzione, un’immagine che rimanda a quella più recente di una donna palestinese intenta ad innaffiare i fiori piantati nei contenitori vuoti dei gas lacrimogeni.

 

 

 

(3 – continua)

Fraternizzare con il nemico

Cedere il rancio e fare da scudo ai compagni con il proprio corpo sono gesti di cura frequenti nei riguardi dei propri commilitoni, dettati dal desiderio di tutelare la dignità della vita offesa dalla guerra e di esorcizzare la morte, come abbiamo visto nell’articolo precedente.

3C9BB565-661D-40EF-B302-BF44C7E30629Quando la medesima attenzione viene diretta al nemico assume un forte carattere anti-bellico, una dimensione politica. Nel caso della Grande Guerra, una volta che il soldato “sepolto” nell’opposta trincea venne riconosciuto come un proprio simile si registrarono forme inedite di iniziative nonviolente e, questo, nonostante la propaganda di guerra lavorasse alla costruzione del nemico quale essere mostruoso da annientare.

I soldati compresero ben presto che l’unico modo per non morire era non uccidere, di qui la scelta di ridurre al minimo gli episodi di combattimento e di assumere come metro delle proprie azioni la tutela della vita propria e altrui.

Gli episodi di fraternizzazione non furono mai estemporanei, tanto sul Fronte orientale dove non mancarono sin dalle prime settimane di guerra forme di interazione tra i soldati austro-ungarici e i russi, quanto sul Fronte occidentale dove a partire dal novembre 1914 si stabilirono rapporti solidali tra britannici e tedeschi ed anche tra tedeschi e francesi, benché in questo caso le relazioni fossero più tese.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50720) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Burying those killed in the attack of 18 December. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205025418

L’interazione pacifica e spesso amichevole fra parti contrapposte avvenne gradualmente, favorita dall’immobilità delle trincee: i militi ebbero modo e tempo per riconoscersi come “vicini di casa” ed adoperarsi per mantenere rapporti di buon vicinato. Le principali iniziative intraprese sono riconducibili a forme di “passiva inattività”, come la decisione di non sparare e di non controllare  i movimenti che avvenivano sul lato opposto per trarne vantaggio strategico.

Erano vere e proprie tregue, spesso di breve durata, ma comunque ritualizzate e rispondenti ai bisogni quotidiani dei soldati. Si registravano, infatti, in caso di maltempo, permettendo così ai militari di stare al riparo, oppure per consentire il recupero dei feriti e la sepoltura dei caduti. Con il passare del tempo si concretizzarono anche forme di interazione più dirette: dai saluti di cortesia si passò allo scambio di battute sul campionato di calcio, all’ascolto serale della musica, alle visite.

L’episodio più clamoroso di fraternizzazione si registrò lungo le linee della regione di Ypres in occasione del Natale 1914.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50719) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205022262

Nonostante gli appelli per il cessate il fuoco lanciati dalle organizzazioni internazionali, socialiste e suffragiste, e la richiesta ufficiale di papa Benedetto XV di porre fine all’inutile strage che stava insanguinando l’Europa, per quel Natale la guerra non sarebbe finita e nessuno sarebbe tornato a casa, contrariamente a quanto promesso dai rispettivi governi. Fu così che i soldati si presero il tempo per festeggiare.

A prendere l’iniziativa pare siano stati i soldati tedeschi, i quali disposero delle candele sui bordi delle trincee e intonarono canti natalizi, a cui risposero i britannici con i propri. Man mano uscirono allo scoperto, si fecero gli auguri e in alcuni punti della “terra di nessuno” si incontrarono per scambiarsi piccoli doni, tabacco, sigarette.

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THE CHRISTMAS TRUCE, 1914 (Q 11745) British and German soldiers fraternising at Ploegsteert, Belgium, on Christmas Day 1914, front of 11th Brigade, 4th Division. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205247304

La stampa americana, in particolare The New York Times, sin dall’ultima settimana di dicembre, diffuse la notizia di quanto avvenuto il giorno di Natale sul Fronte occidentale, mentre da gennaio 1915 apparvero sui giornali britannici le prime immagini della tregua. I giornali tedeschi, al contrario, criticarono aspramente l’avvenimento, mentre la censura sulla stampa impedì che la notizia della tregua arrivasse all’opinione pubblica francese. L’episodio è stato rievocato nel 2005 dal film Joyeux Noël del regista Christian Carion.

Gli alti comandi condannarono l’accaduto consci della sua pericolosità. Iniziative del genere evidenziavano chiaramente che il sentimento bellico non era stato interiorizzato dai soldati, i quali nel corso della guerra continuarono a ritagliarsi spazi di disobbedienza opponendo alla logica disumanizzante della guerra strategie tali da non perdere la propria dignità di essere umani. Per questa ragione, tutte le forme di fraternizzazione furono perseguitate sistematicamente con condanne esemplari e, in alcuni casi, anche con la morte. E, tuttavia, non cessarono.

L’interazione solidale tra i militi di opposti fronti era fatta di consuetudini e riti tesi a risparmiare il sangue, anche durante i combattimenti quando si faceva in modo di sparare senza colpire. Il contenimento della violenza da parte dei soldati raggiunse livelli tali da dover smobilitare interi reparti. Quando questo avveniva i militari smobilitati si affrettavano ad informare i “vicini”, utilizzando rodati canali di comunicazione ovvero messaggi nascosti dentro bombe disinnescate o arrotolati intorno ad una pietra, affinché non inviassero i consueti segnali con il rischio di cadere nelle imboscate dei nuovi arrivati.

Di tregue spontanee e fraternizzazioni ancora oggi si parla poco, per nulla o quasi nei libri di testo, e quando accade esse vengono sempre messe in relazione alla storia della guerra come se fossero parte di una strategia militare. Eppure, è l’esatto contrario. Si tratta, infatti, di iniziative di non-cooperazione attuate dai militari nel tentativo di riprendere in mano la propria vita, dando la possibilità al nemico di fare lo stesso.  Sono, pertanto, da considerarsi azioni di resistenza nonviolenta al potere.

(2 – continua)



 

Disarticolare il binomio potere-violenza

Uno dei fondamenti della nonviolenza è evitare lo spargimento di sangue, principio basilare per la tutela della vita.

Il raggiungimento di un tale obiettivo non è quasi mai nelle mani di chi detiene il potere, che ingannandosi crede di essere rafforzato dall’esercizio della violenza, bensì in quelle dei soggetti deboli, gli esclusi dalla retorica dell’eroismo. Sono i non-eroi, infatti, che attraverso gesti piccoli, anonimi, quotidiani si sollevano contro l’ingiustizia e agiscono per preservare l’integrità della vita in tutte le sue forme.

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Lo scopo dell’agire nonviolento è spesso rivolto a lenire le ferite delle aree urbane condannate al degrado dalle amministrazioni, come dimostrano le iniziative di guerrilla gardening.

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Ed è lo stesso sentimento di salvaguardia della vita ad spirare le marce pacifiche e i flash mob degli studenti americani, che chiedono una riforma seria e definitiva della legge sulla vendita delle armi.

All’osservatore poco attento esse possono apparire come azioni di poco conto e dalla scarsa efficacia, ma al contrario la loro delicatezza esprime un alto valore non solo simbolico: la possibilità che un cambiamento politico e sociale si realizzi attraverso la cura e la tutela. A vantaggio della società nel suo insieme.

La straordinarietà delle azioni piccole e ordinarie dei non-eroi è emersa in particolare nel confronto con la violenza della guerra, tanto che oggi anche semplici gesti  di cura quotidiana sono riconosciuti dal diritto internazionale come forme di diplomazia di base.

La trincea rappresenta uno dei luoghi più emblematici in cui queste “azioni di pace in tempo di guerra” hanno preso forma.

La linea del Fronte occidentale era costituita da una tripla serie di cunicoli scavati nel fango e disposti lungo una direttrice, che procedeva quasi ininterrotta dal Mare del Nord alle Alpi. Un tracciato che negli anni di guerra rimase pressoché invariato, registrando spostamenti minimi e mai superiori ai 15 km.

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Nella trincea si produsse per ragion di Stato una grande umiliazione della dignità umana. Esposti alle intemperie e a condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, i soldati uscivano dai fossati per andare all’assalto e, quando non cadevano in combattimento, morivano di freddo, fame e tifo.

I primi mesi di guerra fecero registrare non pochi attriti tra i militari di leva, generalmente di umili origini, contrari alla guerra e i giovani volontari, in molti casi studenti universitari di estrazione borghese, propensi a vestire di patriottismo il proprio impegno. Col passare del tempo, le distanze fra le due posizioni di accorciarono.

Si fece sempre più forte la convinzione che la guerra fosse inutile e la permanenza nelle trincee trovò una giustificazione solo nella capacità di ognuno di tutelare la vita: gesti semplici, come cedere il rancio ai più deboli e ai malati, ed azioni eroiche, come coprire con il proprio corpo le granate affinché gli altri non saltassero in aria.

(1- continua)