Resistenza nonviolenta e guerre balcaniche

Questo post, nel quale raccontiamo la resistenza nonviolenta del Kosovo e con essa un esempio riuscito di islam nonviolento, conclude la serie dedicata ai non-eroi, realizzata in preparazione dell’uscita del secondo numero della collana ‘Case Studies’.

Situato nell’area sud-orientale dell’Europa, il Kosovo si è autoproclamato Repubblica indipendente il 17 febbraio 2008. L’indipendenza non è stata riconosciuta dalla Serbia, sebbene la Repubblica kosovara sia stata riconosciuta dalla maggioranza dei paesi ONU e goda di autonomia di governo dal 2012, da quando il gruppo di controllo internazionale ha lasciato il suo territorio. La storia contemporanea della regione si inserisce in quella drammatica delle guerre che hanno segnato la ex-Jugoslavia nell’ultimo decennio del Novecento. La destabilizzazione cominciò alla fine degli anni Ottanta quando nelle repubbliche della federazione jugoslava – Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Serbia e Montenegro – s’inasprirono le spinte per ottenere l’indipendenza, dando inizio ad una lunga guerra civile, accompagnata da diverse guerre secessioniste a base etnica.

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Le guerre balcaniche precipitarono con il collasso della Bosnia e gli assedi di Sarajevo e Srebrenica del 1995, a cui seguirono gli accordi di Dayton. Gli accordi  riconobbero le aspettative nazionaliste delle ex-repubbliche federali, mortificando però le istanze di indipendenza della provincia autonoma del Kosovo, situata in territorio serbo ma a maggioranza musulmana albanese, che pure non era stata risparmiata dagli orrori della pulizia etnica e della guerra. Tra il 1990 e il 1991, infatti, il governo federale presieduto da Milosevic incentivò la colonizzazione serba del Kosovo, giustificandola con l’alto valore simbolico che la regione ricopriva per l’identità nazionale serba. La “serbizzazione” del Kosovo fu molto aspra: i serbi presero il controllo del governo di Pristina, avviarono operazioni di polizia sul territorio e procedettero all’apartheid culturale, cancellando i programmi scolastici in albanese per introdurre quelli in serbo e disponendo ingressi e orari differenziati per i bambini serbi e i bambini albanesi, e sostituendo il personale sanitario e amministrativo di etnia albanese. Queste operazioni, in particolare l’apartheid culturale e i controlli di polizia avevano lo scopo di riequilibrare i rapporti demografici fra le parti in favore dei serbi, la cui presenza nell’area era da sempre minoritaria. Gli albanesi kosovari non ebbero molte opzioni di fronte alla situazione che si stava imponendo loro: chi ne ebbe la possibilità, emigrò; quanti rimasero tra il 1990 e il 1995 scelsero di ribellarsi ai soprusi del governo federale, adottando la resistenza nonviolenta come strumento di lotta. 

imagesIl movimento nonviolento fu coordinato in particolare dalla Lega democratica per il Kosovo (Ldk), un partito fondato da intellettuali e guidato dallo scrittore Ibrahim Rugova. Intellettuale musulmano di etnia albanese, il politico Rugova ha provato a disarticolare il binomio armi-potere, in un contesto dominato da criminali e signori della guerra, avviando una seria critica al nazionalismo. Convinto, infatti, che l’amore per il Kosovo non si misurasse con l’odio per i serbi, per smontare il nazionalismo serbo ha criticato anche quello albanese, in particolare quello armato del movimento di liberazione (Uçk). Su questo assunto ha preso corpo la resistenza disarmata kosovara, fondata su obiettivi precisi, quali l’autodeterminazione e la difesa della comunità albanese; e su metodi propri della disobbedienza civile, come il  boicottaggio delle leggi e delle istituzioni federali, la renitenza alla leva, la resistenza nonviolenta alle provocazioni, la divulgazione della lotta e la costituzione di uno Stato parallelo. 

Uno degli aspetti più dirompenti di questa iniziativa va rintracciato nell’ostinata volontà di tornare al dialogo. 

IMG_0703Il 1990 fu ribattezzato, non a caso, l’anno della riconciliazione, caratterizzato da un programma di incontri clandestini fra cittadini di diversa etnia e diversa religione, affinché ciascuno potesse raccontare i torti subiti dall’altro e riceverne le dovute scuse per ricucire i rapporti incrinati dal clima incandescente del momento. Gli incontri di riconciliazione furono di preparazione ad un singolare funerale, svoltasi a Pristina il 10 luglio 1991: migliaia di persone accompagnarono il feretro della violenza, sepolto in nome dell’autonomia del Kosovo da ottenere senz’armi. Da quel momento si contarono diverse iniziative di resistenza nonviolenta, tali da mettere in difficoltà il governo federale.

Unknown-2Accanto ai reiterati digiuni di Rugova contro gli atti di violenza, che contribuirono a dare visibilità internazionale alla situazione della regione benché Milosevic continuasse a minimizzarla, si registrò una imponente ribellione al coprifuoco imposto ai cittadini di etnia albanese che, per le modalità con cui venne attuata, costrinse il governo a revocarlo. Quando scattava il coprifuoco, i cittadini di origine albanese tornavano nelle proprie case, mettevano una candela alla finestra e, ad orari concordati, cominciavano a produrre rumori con oggetti metallici, generalmente pentole. Questo esempio di creatività proprio dell’agire nonviolento rese nulla la misura restrittiva imposta dal governo, che fu infatti costretto a cancellarla, poiché la polizia non poteva impedire azioni svolte dai singoli all’interno delle proprie abitazioni

La costituzione dello Stato parallelo favorì, inoltre, iniziative dal grande valore civile come l’organizzazione delle scuole e dei servizi sanitari paralleli, permettendo ai cittadini di etnia albanese di continuare ad esercitare i propri diritti all’istruzione e alla salute, nonostante le reiterate misure di segregazione imposte loro dal governo centrale.  

La situazione interna precipitò dopo gli accordi di Dayton. La delusione per il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo spinse il fronte di resistenza albanese per la liberazione al confronto violento con i serbi e la guerra civile che ne seguì non risparmiò nessuno, neppure i kosovari albanesi della lega democratica. Una guerra cruenta conclusasi nel giugno del 1999, dopo la prolungata serie di bombardamenti Nato, quando i serbi si ritirano, il fronte di liberazione consegnò le armi e si insediò il gruppo di controllo internazionale.  

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Gli eventi sembravano aver decretato la fine politica di Rugova e della resistenza nonviolenta, ma quando furono indette le elezioni politiche nel 2001 Rugova venne eletto presidente.

I detrattori di Rugova ne hanno deriso l’iniziativa, tacciandola di ingenuità, mentre gli studi sulle guerre balcaniche dedicano davvero poco spazio alla resistenza nonviolenta kosovara, sebbene anche ad essa e al coraggio dimostrato da tanti cittadini inermi si debba la tenuta del fronte interno e la possibilità di ricomposizione sociale avviata alla fine del conflitto. Di certo, rimane escluso dalla riflessione il fatto che Rugova abbia portato nella virulenta politica balcanica la virtù della mitezza, dimostrandone l’efficacia attraverso la ridefinizione del concetto di mascolinità, piuttosto arcaico nelle culture fortemente patriarcali: “il vero uomo non è chi reagisce alla violenza altrui, bensì chi mantiene il controllo”. Si tratta di un rovesciamento culturale importante, non inedito per un leader musulmano.

(8 – Conclusione)