La guerra è finita!

La guerra finiva, cento anni fa. All’importante appuntamento l’Italia arrivò con qualche giorno di anticipo, bollettinodacambiareil 4 novembre 1918, quando il Bollettino della Vittoria (seguire link per ascoltare l’audio) annunciò la fine delle ostilità con l’Austria. Ed è in questa data che ogni anno si ricordano i caduti e si celebrano gli eroismi militari. Quella del 4 novembre è, infatti, la festa dell’Unità nazionale e delle Forze armate: gli orrori e le atrocità di guerra lasciano il posto alle parate, alle fanfare e alle acrobazie aeree delle frecce tricolore.

La data ufficiale della fine della guerra è, tuttavia, l’11 novembre e coincide con la resa della Germania agli Alleati, firmata nella cittadina francese di Compiégne. Nell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese di cento anni fa il fuoco cessò su tutti i fronti, per far posto al silenzio della pace …

Ciascun paese decide cosa celebrare in questa occasione e puntare sul sacrificio e l’eroismo dei combattenti non è un atto di mero riconoscimento, quanto piuttosto un esorcismo: come a dire che l’orrore di corpi dilaniati nelle trincee non è stato vano.

fullsizeoutput_131

Eppure, “The war to end all wars”, per usare le parole di Wilson, si concluse con un armistizio spietato per gli sconfitti ed una quantità di traumi di portata globale, i cui effetti sono rintracciabili ancora oggi. 

Venti milioni di morti fra militari e civili, altrettanti fra gli animali, sempre esclusi dal ricordo come del resto lo è la devastazione dei territori. Tra i sopravvissuti, milioni di giovani uomini tornarono ormai irriconoscibili alle loro case, mutilati dalle nuove armi. E come Ungaretti anticipava già nel 1916, chi non riportò traumi fisici sviluppò disturbi da sindrome post-traumatica, in aperto contrasto con la retorica dell’eroismo. 9788869732324_0_0_300_75

E ancora, milioni di persone peregrinanti, soprattutto donne e bambini. Si trattava di quanti furono deportati nei campi di detenzione all’inizio del conflitto perché di cittadinanza nemica e che alla fine della guerra si ritrovarono senza cittadinanza, senza casa, senza lavoro, senza documenti. E gli orfani, tanti.

Sul campo rimasero, inoltre, milioni di bambini inermi, morti per le privazioni causate dal blocco navale imposto dagli Alleati nel Mare del Nord che impedì l’approvvigionamento viveri nell’Europa centrale. 

Ogni paese, dunque, sceglie cosa celebrare o commemorare. In questo centenario della fine della Grande Guerra, mentre i media di tutto il mondo diffondevano le immagini di Amal, la bambina yemenita di 7 anni, morta di stenti a causa della guerra che da anni sta distruggendo il suo paese, forse sarebbe valsa la pena ricordare il Bambino denutrito, morto di fame e stenti, che divenne all’epoca il simbolo di un nuovo internazionalismo.

Alla fine del primo conflitto mondiale la diffusione delle immagini dei bambini austriaci ridotti a scheletri indusse Eglantyne Jebb ad adoperarsi per l’istituzione di un fondo che fornisse loro aiuti umanitari, affinché fosse riconosciuto a tutti i bambini il diritto al futuro: nasceva così Save the Children.

 

Immagine di copertina: © IWM Poppies: Wave at IWM North, Manchester

Oltre il confine

Il desiderio di relegare in un altrove (preferibilmente) non visibile i diversi, i malati e, più in generale, quanti si allontanano dal modello del lecito consentito continua ad esercitare un certo fascino. Non a caso le società in cui viviamo favoriscono la costruzione di confini fisici e psicologici tesi ad escludere dal corpo sociale, normato secondo criteri di efficienza e presunta moralità, la minaccia rappresentata da tali agenti disturbatori. Si tratta di un’attitudine discutibile e quando viene messa in discussione ecco che è possibile vedere oltre il confine così pervicacemente costruito il piccolo seme di autonomia che sopravvive anche nella soggettività più offesa e deprivata, che altro non chiede se non la possibilità di poter germogliare e crescere secondo le proprie peculiarità. 

Di questo si è parlato al Salone del Libro di Torino, nel corso dell’incontro “Il confine non esiste” coordinato da Valeria Parrella, per ricordare che la legge 180/1978, meglio nota come legge Basaglia, rappresenta a quarant’anni dalla sua approvazione il tentativo rivoluzionario di riconoscere la possibilità a ciascuno di rialzarsi con dignità dallo schianto della propria esistenza. Nel fare questo sono stati proposti quattro libri che, nel riportare l’attenzione sui soggetti e i loro corpi reclusi ed esclusi, contribuiscono ad emancipare il vissuto manicomiale attraverso un processo di empatico riconoscimento e di superamento del confine tra “sano” e “malato”.

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia (2000; 2018) raccoglie le letture svolte da Basaglia nel 1979 in Brasile per far conoscere il lavoro e le idee che portarono all’approvazione della legge 180. conferenze-brasiliane-2789Il libro permette di venire a contatto diretto con il contenuto e gli obiettivi della legge, che chiudendo i manicomi avviò un percorso più cosciente e rispettoso nel trattamento dei disturbi mentali e delle patologie psichiatriche, e fornisce gli strumenti critici per contrastare oggi il ritorno a forme terapeutiche coercitive e lesive della dignità umana come l’elettroshock e il letto di contenzione. 

i_tredici_canti_02Tredici canti di Anna Marchitelli (2018) racconta in un intreccio di verità storica e finzione letteraria tredici vite recluse nell’ospedale psichiatrico ‘Leonardo Bianchi’ di Napoli. L’archivio del ‘Leonardo Bianchi’ conserva ben sessantamila cartelle cliniche, a seguito di un importante lavoro di scavo l’autrice ne ha scelte tredici e ha ricostruito le biografie dei degenti prima dell’internamento in manicomio, sottraendoli così “all’invisibilità in cui, ancor prima di morire, erano stati relegati”.

a4cee4adc5f21fccf100e624d098cc6f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMalacarne di Annacarla Valeriano (2017) restituisce visibilità alle esistenze altrimenti perdute delle donne recluse in manicomio durante il regime fascista. Nel processo di costruzione dell’italiano nuovo, infatti, l’istituzione psichiatrica venne utilizzata dal regime per rinchiudere la “malacarne”, coloro che non soddisfacevano le prerogative dello Stato. Tra questi vi erano soprattutto donne, la cui “devianza erotica” confliggeva con le regole della comunità, bambine e ragazze vittime di violenza carnale, mogli e madri traumatizzate dalle perdite e dalle privazioni subite durante la Grande Guerra.

9788807491634_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleLe nuvole di Picasso di Alberta Basaglia (2014) propone le memorie di una figlia-bambina che è riuscita ad elaborare i contenuti del lavoro paterno senza che le sovrastrutture imposte dalle regole sociali ne falsassero la lettura. Gli anni che portarono all’approvazione della legge Basaglia passano attraverso i ricordi di una bambina che ha vissuto dentro la rivoluzione dei manicomi liberati, i cui protagonisti furono un comandante visionario e un drappello di guerriglieri matti.

Libri da leggere e rileggere perché gli obiettivi di una legge rivoluzionaria e di inclusione, come fu la 180, si realizzano solo attraverso la cura e l’attenzione costante.