Rivoluzione Aperta. Un decalogo per l’azione / Open Revolution. Ten Rules for Action

🇮🇹 Nel 1956, Danilo Dolci, già noto per le sue azioni nonviolente a favore dei più piccoli e poveri, il 2 febbraio guida la protesta di centinaia disoccupati, i quali con un singolare “sciopero alla rovescia” si recano a “lavoro” per rimuovere il fango da una strada vicina a Partinico (Sicilia). 

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L’iniziativa era stata ampiamente pubblicizzata, doveva essere una festa per vedere affermato un principio costituzionale (art. 4), il diritto al lavoro. In effetti non vi fu violenza, ma per aver affermato che “non garantire il lavoro secondo lo spirito della costituzione è da assassini”, Danilo Dolci e alcuni sindacalisti furono arrestati. Ne seguì un processo e la condanna a 50 giorni di carcere. 

Aldo Capitini in concomitanza con la condanna diede alle stampe questo breve volume, un’arringa per Danilo Dolci, sintetizzandone i principi ispiratori in un decalogo, che è al tempo stesso un invito all’azione e un manifesto per una rivoluzione nuova, aperta e nonviolenta:

 

  1. Lavorare per una società che sia veramente di tutti.
  2. Cominciare più affettuosamente e più attentamente dagli “ultimi”.
  3. Portare le cose più alte a contatto dei più umili.
  4. Partecipare per comprendere.
  5. Superare continuamente i propri possessi dando aiuti.
  6. Creare strumenti di lavoro e di civiltà per tutti.
  7. Dare amorevolezza a tutte le persone, non considerandole chiuse nei loro errori.
  8. Usare nelle azioni e nelle lotte il metodo rivoluzionario non violento.
  9. Nei casi estremi e nei momenti decisivi offrire il proprio sacrificio (per esempio il digiuno), prendendo su di sé la sofferenza.
  10. Promuovere riunioni e assemblee per il dialogo su tutti i problemi.

🇬🇧 In 1956, Danilo Dolci, already known for his nonviolent actions in favor of the smallest and poorest, on February 2 leads the protest of hundreds of unemployed, who with a “reverse strike” go to “work” to remove the mud from a street near Partinico (Sicily)

IMG_1256The initiative had been widely publicized, it was supposed to be a celebration to see affirmed a constitutional principle (art. 4), the right to work. In fact there was no violence, but for saying that “not guaranteeing work in the spirit of the constitution is murderous” Danilo Dolci and some trade unionists were arrested. A trial followed and he was sentenced to 50 days in prison. 

Aldo Capitini, in concomitance with the sentence, wrote this short volume, an argument for Danilo Dolci, summarizing the inspiring principles in a decalogue, which is both an invitation to action and a manifesto for a new revolution, open and nonviolent:

  1. Working for a society that truly belongs to everyone.
  2. Start more affectionately and more carefully from the “last”.
  3. Bringing the highest things into contact with the humblest.
  4. Participate to understand.
  5. Continuously overcoming one’s possessions by giving help.
  6. Create tools of work and civilization for all.
  7. Give loving kindness to all people, not considering them closed in their mistakes.
  8. Use the non-violent revolutionary method in actions and struggles.
  9. In extreme cases and at decisive moments, offer one’s own sacrifice (for example, fasting), taking upon oneself suffering.
  10. Promote meetings and assemblies for dialogue on all issues.

Quando il non-eroe è femmina

A rendersi protagonisti del lavorio semplice e costante orientato alla tutela dell’esistenza sono i soggetti deboli, coloro che pur essendo privi di un reale potere non si sottraggono di fronte alle sfide e affrontano i conflitti senza odio, senza danneggiare ed umiliare il ‘nemico’, pensando in termini di vantaggio reciproco.

Costruire condizioni alternative alla violenza e alla guerra non è impresa semplice,  impone di rivedere il proprio modo di agire, di pensare, di parlare, di avviare quella che Aldo Capitini ha chiamato la “rivoluzione nonviolenta”: un’iniziativa individuale da allargare a livello sociale attraverso il dialogo e l’educazione.

Per quanto l’iniziativa nonviolenta sia universale e, anzi, tenda a ridefinire i modelli di genere, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne, è altresì vero che proprio in quel cambiamento “a partire da sé”, evocato poc’anzi, si debba rintracciare l’affinità fra nonviolenza e femminismo così efficacemente sintetizzata da Anna Bravo: entrambe le pratiche riscrivono la storia, includendo quanti vi erano esclusi; implicano una rivoluzione interiore; valorizzano le mediazioni; richiamano alla pazienza; al senso del limite; alla cura delle cose piccole e fragili della vita quotidiana, quelle cose cioè diligentemente distrutte dall’approccio militare-tecnologico prettamente patriarcale che caratterizza la definizione di potere nelle società in cui viviamo.

Un esempio di tale affinità è rappresentato dal Congresso internazionale delle donne svoltosi a L’Aia dal 28 aprile al 1° maggio 1915. 

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L’Europa era in guerra, ma nonostante le difficoltà e i pericoli cui andarono incontro per raggiungere l’Olanda, all’inaugurazione dei lavori congressuali erano presenti 1136 donne provenienti da paesi neutrali e belligeranti, in rappresentanza di 13 nazionalità: c’era un’italiana, Rosa Genoni, e soprattutto c’erano le donne tedesche ed austriache. Una presenza dal forte valore simbolico, considerando che le rappresentanze tedesche e austriache erano state escluse da tutti i consessi internazionali alla dichiarazione di guerra. 

Si trattò di un congresso femminista e fu a pieno titolo un’iniziativa nonviolenta. 

Il congresso per il fatto stesso di riunirsi rappresentò un’aperta sfida al potere da parte di soggetti deboli, donne escluse dal dibattito politico perché non aventi diritto al voto e prive di eleggibilità.

Espresse l’adesione ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli e a superare le ingiustizie, mettendo in discussione il rapporto guerra/donne elaborato dalla cultura dominate secondo cui la guerra era necessaria alla protezione delle donne. “Noi donne giudichiamo la guerra differentemente dagli uomini” avrebbe dichiarato Aletta Jacobs. Non in termini di perdita di potere bensì di vite. La perdita degli altri, dei mariti e dei figli, dei padri e dei fratelli, ma anche di se stesse: l’unica risultante certa della guerra era il profondo danneggiamento del “genere umano”.

Propose una soluzione “win-win” al conflitto in corso, indicando nell’immediato-cessate-il-fuoco il primo passo da compiersi, a cui far seguire l’avvio di un confronto costruttivo fra belligeranti, tale da condurre con l’ausilio dei Paesi neutrali alla sottoscrizione di una pace negoziata, senza vincitori né vinti.

Indirizzò lo sguardo sulle possibili forme di riconciliazione. Il desiderio di unità tra esseri umani a salvaguardia di una civiltà condivisa andava di pari passo con la volontà di promuovere forme di mutua comprensione fra le nazioni, per evitare che si manifestassero sentimenti di odio e desideri di rivincita. In questa prospettiva va letto il progetto di intervenire direttamente sull’educazione dei bambini, affinché il ricorso alle armi nella risoluzione delle dispute diventasse inammissibile. 

Infine, quasi a voler dar corpo alla funzione politico-sociale della “cura”, intesa come antidoto alle derive violente della società, le donne riunite a L’Aia decisero di inviare un carico di tulipani ai soldati feriti, ricoverati negli ospedali da campo. Le duecento scatole di fiori, che a causa delle distanze non raggiunsero l’Austria-Ungheria, la Russia e neppure altri paesi dell’est e sud Europa, arrivarono negli ospedali dislocati in Inghilterra, Germania e Paesi Bassi.

1Fiori per sanare la distruzione, un’immagine che rimanda a quella più recente di una donna palestinese intenta ad innaffiare i fiori piantati nei contenitori vuoti dei gas lacrimogeni.

 

 

 

(3 – continua)