Sicurezza e Responsabilità

Siamo nel 1954, si è da poco conclusa la guerra di Corea. Nel clima di paura, sospetto e odio della guerra fredda le grandi potenze, che a causa dei loro interessi strategici impedivano l’effettivo funzionamento delle Nazioni Unite, cercano di mantenere simultaneamente la pace e la loro supremazia militare, e gli scienziati con le proprie ricerche contribuiscono alla proliferazione dei programmi nucleari.  

La scienziata britannica Kathleen Lonsdale pubblica una sua riflessione su sicurezza e responsabilità civile degli scienziati.foto 2

Si tratta di un testo di straordinaria attualità in cui l’autrice svolge un’analisi puntuale del lavoro scientifico al servizio del militarismo.

Formati e pagati per incrementare la capacità distruttiva dei paesi committenti, gli scienziati si trinceravano dietro il falso alibi della sicurezza collettiva, sostenendo che non era loro prerogativa decidere circa l’utilizzo dei risultati del proprio lavoro. 

Una posizione ritenuta alquanto opportunistica da Lonsdale, che sottolinea come nel fornire alle nazioni quel genere di armi che, in numeri facilmente raggiungibili, potevano essere utilizzate per spazzare via la civiltà, gli scienziati stavano mettendo consapevolmente “il veleno nelle mani di bambini irresponsabili”.

foto 3Lo scienziato, pur essendo un singolo individuo, aveva più potere della maggioranza degli individui, un potere derivante dalle sue conoscenze e per questo Lonsdale chiedeva alla comunità scientifica di assumersi la responsabilità per lo stato di insicurezza globale svelando le conseguenze dell’utilizzo militare delle scoperte scientifiche.

Si trattava di illustrare le gravi conseguenze che la produzione nucleare portava con sé. Conseguenze dannosissime per la salute umana, animale e ambientale dovute all’impossibilità di smaltire le scorie e alla ricaduta di materiali radioattivi al suolo dopo i test in atmosfera. 

Si trattava, inoltre, di far sapere ai cittadini che la politica nucleare, con riferimento in particolare al caso della Gran Bretagna, era una politica predatoria, poiché veniva alimentata con lo sfruttamento delle miniere di uranio del Congo e le devastanti conseguenze dell’estrattivismo militare avrebbero portato nel tempo a condizioni di vita tali da determinare una esponenziale crescita delle migrazioni dall’Africa.

Assumendosi la responsabilità civile di rendere note le proprie scoperte e le loro conseguenze, gli scienziati avrebbero potuto mettere le proprie intelligenze al servizio del benessere collettivo, un benessere condiviso non ottenuto a spese della perdita altrui. Perché ciò avvenisse bisognava spostare l’attenzione dalla sicurezza militare alla sicurezza sociale per tutti i viventi, promuovendo nella comunità un desiderio di servizio. 

Da qui la proposta di Lonsdale per un vasto progetto di servizio civile volontario nazionale e internazionale, alimentato da scambi organizzati, adeguatamente supportati sul piano finanziario e gestionale dai governi: l’idea era quella di favorire gli scambi fra lavoratori di ogni ordine e grado e, soprattutto, fra i giovani.  

Era sua opinione, infatti, che i giovani, pur essendo idealisti ed entusiasti, difficilmente riuscissero ad immaginare le condizioni sotto cui le altre persone erano costrette a vivere. Ma se avessero potuto lavorare insieme ai loro coetanei di ogni parte del mondo, con reciproco rispetto, sarebbero stati il motore di una migliore comprensione internazionale e di una maggiore capacità di cooperazione. La coscienza civile sviluppata sul campo avrebbe favorito una rivoluzione sociale diffusa, tale da rendere inaccettabili la persistenza della povertà, della cattiva salute, dell’ignoranza e della degradazione, cause di tanta sofferenza in molte parti del mondo.

 

(*) Questo testo fa parte del contributo presentato al convegno “Ripensare l’ecopacifismo femminista” (Roma, 17-18 maggio 2019)foto-1-2721008763-1558348652915.jpg

I migliori anni della nostra vita / The Best Years of Our Lives

Nel 1946 William Wyler diresse uno dei più famosi e premiati film della storia del cinema americano, I migliori anni della nostra vita.

00652205Il film racconta di tre reduci – il sergente Al Stephenson, il capitano di aviazione Fred Derry e il marinaio Homer Parrish – e del loro difficile reinserimento nella vita civile.  Si tratta del primo film ispirato alla Seconda guerra mondiale che, anziché celebrare gli aspetti eroici della “guerra giusta” contro il nazismo, dà voce al grave danno fisico e psicologico che quell’esperienza lasciò nei combattenti. I reduci della Seconda guerra, infatti,  tacquero a lungo il proprio disagio e si sentirono legittimati a raccontare la propria esperienza solo negli anni Settanta, quando divennero note le sindromi post-traumatiche che colpirono i veterani del Vietnam. Nel film di Wyler gli aspetti traumatici della guerra non furono taciuti, anzi per interpretare il personaggio di Homer Parish venne scelto l’attore Harold Russell, che era stato davvero un militare e durante la guerra aveva perso entrambe le mani.

I migliori anni della nostra vita può essere considerato oggi un utile strumento didattico. Esso permette una presentazione più completa della Seconda guerra mondiale tenendo conto delle conseguenze traumatiche della guerra, generalmente taciute nei manuali scolastici.

🇬🇧 In 1946 William Wyler directed one of the most famous and award-winning films in the history of American cinema, The Best Years of Our Lives.

257736.1020.AThe film tells the story of three veterans – sergeant Al Stephenson, captain Fred Derry and officer Homer Parrish – and their difficult reintegration into civilian life. This is the first film inspired by the Second World War that instead of celebrating the heroic aspects of the “just war” against Nazism gives voice to the serious physical and psychological damage that that experience left in the fighters. The WWII veterans, in fact, kept their discomfort quiet for a long time and felt entitled to tell their experience only in the Seventies, when the post-traumatic syndromes affecting Vietnam veterans became known. In Wyler’s film the traumatic aspects of the war were not silenced, on the contrary, to play the character of Homer Parish was chosen the actor Harold Russell, who had really been a soldier and during the war had lost both hands.

The Best Years of Our Lives can be considered today a useful teaching tool. It allows a more complete representation of the Second World War taking into account the traumatic consequences of the war, which are generally not mentioned in school textbooks.

 

(*) quando non diversamente indicato, le traduzioni dall’inglese all’italiano e viceversa sono a cura della redazione // unless otherwise indicated, translations from English into Italian and vice versa are the responsibility of the editorial staff.

 

L’importanza di schierarsi / The Importance of Taking Sides

Nell’aprile 1963 iniziava la Campagna di Birmingham.

Civil rights protestors are attacked with a water cannon.Birmingham (Alabama) era all’epoca la città più segregazionista d’America e il Movimento per i Diritti Civili degli Afro-Americani decise che fosse il luogo giusto per un’iniziativa nonviolenta tesa ad accelerare il processo che avrebbe posto fine della segregazione razziale.

Il sostegno dei leader della comunità ebraica e delle chiese cristiane fu piuttosto tiepido. Le autorità religiose anzi criticarono duramente M.L.King invitandolo a fermare la protesta. Letter-from-a-Birmingham-Jail-300x210

Rinchiuso nel Carcere di Birmingham, Martin Luther King scrisse una lunga lettera provando a spiegare le ragioni della protesta e la necessità di continuarla.

La tiepida accettazione è molto più sconcertante dell’assoluto rifiuto – estratti dalla Lettera dal Carcere di Birmingham:

[…..] Credo che sia facile per coloro che non hanno mai sentito le frecce pungenti della segregazione dire “aspetta”. Ma quando hai visto folle feroci linciare le tue madri e i tuoi padri a volontà e affogare i tuoi fratelli e sorelle a capriccio; quando hai visto poliziotti pieni di odio maledire, calciare, brutalizzare e persino uccidere impunemente i tuoi fratelli e sorelle di colore; quando vedi la stragrande maggioranza dei tuoi venti milioni di fratelli negri soffocare in una gabbia ermetica di povertà in mezzo a una società agiata; quando improvvisamente trovi la tua lingua contorta e il tuo discorso balbettare mentre cerchi di spiegare a tua figlia di sei anni perché non può andare al parco divertimenti pubblico appena pubblicizzato in televisione, e vedi le lacrime che risplendono nei suoi piccoli occhi quando le viene detto che “Funtown” è chiuso ai bambini di colore, e vedi le deprimenti nuvole di inferiorità iniziare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la vedi cominciare a distorcere la sua piccola personalità sviluppando inconsciamente un’amarezza verso i bianchi; quando devi inventare una risposta per un figlio di cinque anni che chiede in pathos agonizzante, “Papà, perché i bianchi trattano così male le persone di colore?; Quando decidi di fare  una gita fuori porta e diventa necessario dormire notte dopo notte negli anfratti scomodi della tua automobile perché nessun motel ti accetterà; quando sei umiliato giorno dopo giorno da fastidiosi insegne che dicono “bianco” e “colorato”; quando il tuo nome diventa “negro” e il tuo secondo nome diventa “ragazzo” (indipendentemente dall’età) e il tuo cognome diventa “John”, e quando a tua moglie e tua madre non viene mai dato il titolo rispettoso di “Signora”; Quando si è tormentati di giorno e perseguitati di notte per il fatto di essere negri, vivendo costantemente in punta di piedi, senza sapere cosa aspettarsi, tormentati da paure interiori e risentimenti esterni; quando si combatte sempre un senso degenerante di “essere nessuno” – allora si capisce perché è difficile aspettare. Arriva un momento in cui il calice della resistenza si esaurisce e gli uomini non sono più disposti ad immergersi in un abisso di ingiustizia dove vivono la tristezza della disperazione corrosiva. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. (*)

[…..] Devo fare due oneste confessioni a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni sono stato gravemente deluso dal bianco moderato. Sono quasi giunto alla spiacevole conclusione che il grande ostacolo del “negro” nel cammino verso la libertà non è il Consigliere dei cittadini bianchi o il Ku Klux Klanner ma il moderato bianco, che si dedica più all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace negativa che è l’assenza di tensione ad una pace positiva che è la presenza della giustizia; che dice costantemente: “Sono d’accordo con le tue finalità, ma non posso essere d’accordo con i tuoi metodi di azione diretta”; che paternalisticamente sente di poter fissare il calendario per la libertà di un altro uomo; che vive del mito del tempo; e che consiglia costantemente al negro di aspettare una “stagione più conveniente”. Una comprensione superficiale da parte di persone di buona volontà è più frustrante dell’assoluta incomprensione da parte di persone di cattiva volontà. La tiepida accettazione è molto più sconcertante dell’assoluto rifiuto. (*)

🇬🇧 In April 1963 the Birmingham Campaign began. 

m-4252Birmingham (Alabama) was at that time the most segregationist city in America and the African-American Civil Rights Movement decided it was the right place for a non-violent initiative aimed at accelerating the process that would end racial segregation.

The support of the Jewish community leaders and Christian churches was rather lukewarm. Religious authorities even harshly criticized M.L.King and urged him to stop the protest. 

Locked up in the Birmingham Prison, Martin Luther King wrote a long letter trying to explain the reasons for the protest and the need to continue it. (*)BirmLetter_0_0

Lukewarm acceptance is much more bewildering than outright rejection – excerpts from the Letter from Birmingham City Jail

[…] I guess it is easy for those who have never felt the stinging darts of segregation to say “wait.” But when you have seen vicious mobs lynch your mothers and fathers at will and drown your sisters and brothers at whim; when you have seen hate-filled policemen curse, kick, brutalize, and even kill your black brothers and sisters with impunity; when you see the vast majority of your twenty million Negro brothers smothering in an airtight cage of poverty in the midst of an affluent society; when you suddenly find your tongue twisted and your speech stammering as you seek to explain to your six-year-old daughter why she cannot go to the public amusement park that has just been advertised on television, and see tears welling up in her little eyes when she is told that Funtown is closed to colored children, and see the depressing clouds of inferiority begin to form in her little mental sky, and see her begin to distort her little personality by unconsciously developing a bitterness toward white people; when you have to concoct an answer for a five-year-old son asking in agonizing pathos, “Daddy, why do white people treat colored people so mean?”; when you take a cross-country drive and find it necessary to sleep night after night in the uncomfortable corners of your automobile because no motel will accept you; when you are humiliated day in and day out by nagging signs reading “white” and “colored”; when your first name becomes “nigger” and your middle name becomes “boy” (however old you are) and your last name becomes “John,” and when your wife and mother are never given the respected title “Mrs.”; when you are harried by day and haunted by night by the fact that you are a Negro, living constantly at tiptoe stance, never knowing what to expect next, and plagued with inner fears and outer resentments; when you are forever fighting a degenerating sense of “nobodyness” — then you will understand why we find it difficult to wait. There comes a time when the cup of endurance runs over and men are no longer willing to be plunged into an abyss of injustice where they experience the bleakness of corroding despair. I hope, sirs, you can understand our legitimate and unavoidable impatience.

[…] I must make two honest confessions to you, my Christian and Jewish brothers. First, I must confess that over the last few years I have been gravely disappointed with the white moderate. I have almost reached the regrettable conclusion that the Negro’s great stumbling block in the stride toward freedom is not the White Citizens Councillor or the Ku Klux Klanner but the white moderate who is more devoted to order than to justice; who prefers a negative peace which is the absence of tension to a positive peace which is the presence of justice; who constantly says, “I agree with you in the goal you seek, but I can’t agree with your methods of direct action”; who paternalistically feels that he can set the timetable for another man’s freedom; who lives by the myth of time; and who constantly advises the Negro to wait until a “more convenient season.” Shallow understanding from people of good will is more frustrating than absolute misunderstanding from people of ill will. Lukewarm acceptance is much more bewildering than outright rejection.

 

(*) quando non diversamente indicato, le traduzioni dall’inglese all’italiano e viceversa sono a cura della redazione // unless otherwise indicated, translations from English into Italian and vice versa are the responsibility of the editorial staff.

Rivoluzione Aperta. Un decalogo per l’azione / Open Revolution. Ten Rules for Action

🇮🇹 Nel 1956, Danilo Dolci, già noto per le sue azioni nonviolente a favore dei più piccoli e poveri, il 2 febbraio guida la protesta di centinaia disoccupati, i quali con un singolare “sciopero alla rovescia” si recano a “lavoro” per rimuovere il fango da una strada vicina a Partinico (Sicilia). 

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L’iniziativa era stata ampiamente pubblicizzata, doveva essere una festa per vedere affermato un principio costituzionale (art. 4), il diritto al lavoro. In effetti non vi fu violenza, ma per aver affermato che “non garantire il lavoro secondo lo spirito della costituzione è da assassini”, Danilo Dolci e alcuni sindacalisti furono arrestati. Ne seguì un processo e la condanna a 50 giorni di carcere. 

Aldo Capitini in concomitanza con la condanna diede alle stampe questo breve volume, un’arringa per Danilo Dolci, sintetizzandone i principi ispiratori in un decalogo, che è al tempo stesso un invito all’azione e un manifesto per una rivoluzione nuova, aperta e nonviolenta:

 

  1. Lavorare per una società che sia veramente di tutti.
  2. Cominciare più affettuosamente e più attentamente dagli “ultimi”.
  3. Portare le cose più alte a contatto dei più umili.
  4. Partecipare per comprendere.
  5. Superare continuamente i propri possessi dando aiuti.
  6. Creare strumenti di lavoro e di civiltà per tutti.
  7. Dare amorevolezza a tutte le persone, non considerandole chiuse nei loro errori.
  8. Usare nelle azioni e nelle lotte il metodo rivoluzionario non violento.
  9. Nei casi estremi e nei momenti decisivi offrire il proprio sacrificio (per esempio il digiuno), prendendo su di sé la sofferenza.
  10. Promuovere riunioni e assemblee per il dialogo su tutti i problemi.

🇬🇧 In 1956, Danilo Dolci, already known for his nonviolent actions in favor of the smallest and poorest, on February 2 leads the protest of hundreds of unemployed, who with a “reverse strike” go to “work” to remove the mud from a street near Partinico (Sicily)

IMG_1256The initiative had been widely publicized, it was supposed to be a celebration to see affirmed a constitutional principle (art. 4), the right to work. In fact there was no violence, but for saying that “not guaranteeing work in the spirit of the constitution is murderous” Danilo Dolci and some trade unionists were arrested. A trial followed and he was sentenced to 50 days in prison. 

Aldo Capitini, in concomitance with the sentence, wrote this short volume, an argument for Danilo Dolci, summarizing the inspiring principles in a decalogue, which is both an invitation to action and a manifesto for a new revolution, open and nonviolent:

  1. Working for a society that truly belongs to everyone.
  2. Start more affectionately and more carefully from the “last”.
  3. Bringing the highest things into contact with the humblest.
  4. Participate to understand.
  5. Continuously overcoming one’s possessions by giving help.
  6. Create tools of work and civilization for all.
  7. Give loving kindness to all people, not considering them closed in their mistakes.
  8. Use the non-violent revolutionary method in actions and struggles.
  9. In extreme cases and at decisive moments, offer one’s own sacrifice (for example, fasting), taking upon oneself suffering.
  10. Promote meetings and assemblies for dialogue on all issues.

La guerra è finita!

La guerra finiva, cento anni fa. All’importante appuntamento l’Italia arrivò con qualche giorno di anticipo, bollettinodacambiareil 4 novembre 1918, quando il Bollettino della Vittoria (seguire link per ascoltare l’audio) annunciò la fine delle ostilità con l’Austria. Ed è in questa data che ogni anno si ricordano i caduti e si celebrano gli eroismi militari. Quella del 4 novembre è, infatti, la festa dell’Unità nazionale e delle Forze armate: gli orrori e le atrocità di guerra lasciano il posto alle parate, alle fanfare e alle acrobazie aeree delle frecce tricolore.

La data ufficiale della fine della guerra è, tuttavia, l’11 novembre e coincide con la resa della Germania agli Alleati, firmata nella cittadina francese di Compiégne. Nell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese di cento anni fa il fuoco cessò su tutti i fronti, per far posto al silenzio della pace …

Ciascun paese decide cosa celebrare in questa occasione e puntare sul sacrificio e l’eroismo dei combattenti non è un atto di mero riconoscimento, quanto piuttosto un esorcismo: come a dire che l’orrore di corpi dilaniati nelle trincee non è stato vano.

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Eppure, “The war to end all wars”, per usare le parole di Wilson, si concluse con un armistizio spietato per gli sconfitti ed una quantità di traumi di portata globale, i cui effetti sono rintracciabili ancora oggi. 

Venti milioni di morti fra militari e civili, altrettanti fra gli animali, sempre esclusi dal ricordo come del resto lo è la devastazione dei territori. Tra i sopravvissuti, milioni di giovani uomini tornarono ormai irriconoscibili alle loro case, mutilati dalle nuove armi. E come Ungaretti anticipava già nel 1916, chi non riportò traumi fisici sviluppò disturbi da sindrome post-traumatica, in aperto contrasto con la retorica dell’eroismo. 9788869732324_0_0_300_75

E ancora, milioni di persone peregrinanti, soprattutto donne e bambini. Si trattava di quanti furono deportati nei campi di detenzione all’inizio del conflitto perché di cittadinanza nemica e che alla fine della guerra si ritrovarono senza cittadinanza, senza casa, senza lavoro, senza documenti. E gli orfani, tanti.

Sul campo rimasero, inoltre, milioni di bambini inermi, morti per le privazioni causate dal blocco navale imposto dagli Alleati nel Mare del Nord che impedì l’approvvigionamento viveri nell’Europa centrale. 

Ogni paese, dunque, sceglie cosa celebrare o commemorare. In questo centenario della fine della Grande Guerra, mentre i media di tutto il mondo diffondevano le immagini di Amal, la bambina yemenita di 7 anni, morta di stenti a causa della guerra che da anni sta distruggendo il suo paese, forse sarebbe valsa la pena ricordare il Bambino denutrito, morto di fame e stenti, che divenne all’epoca il simbolo di un nuovo internazionalismo.

Alla fine del primo conflitto mondiale la diffusione delle immagini dei bambini austriaci ridotti a scheletri indusse Eglantyne Jebb ad adoperarsi per l’istituzione di un fondo che fornisse loro aiuti umanitari, affinché fosse riconosciuto a tutti i bambini il diritto al futuro: nasceva così Save the Children.

 

Immagine di copertina: © IWM Poppies: Wave at IWM North, Manchester

Resistenza nonviolenta e guerre balcaniche

Questo post, nel quale raccontiamo la resistenza nonviolenta del Kosovo e con essa un esempio riuscito di islam nonviolento, conclude la serie dedicata ai non-eroi, realizzata in preparazione dell’uscita del secondo numero della collana ‘Case Studies’.

Situato nell’area sud-orientale dell’Europa, il Kosovo si è autoproclamato Repubblica indipendente il 17 febbraio 2008. L’indipendenza non è stata riconosciuta dalla Serbia, sebbene la Repubblica kosovara sia stata riconosciuta dalla maggioranza dei paesi ONU e goda di autonomia di governo dal 2012, da quando il gruppo di controllo internazionale ha lasciato il suo territorio. La storia contemporanea della regione si inserisce in quella drammatica delle guerre che hanno segnato la ex-Jugoslavia nell’ultimo decennio del Novecento. La destabilizzazione cominciò alla fine degli anni Ottanta quando nelle repubbliche della federazione jugoslava – Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Serbia e Montenegro – s’inasprirono le spinte per ottenere l’indipendenza, dando inizio ad una lunga guerra civile, accompagnata da diverse guerre secessioniste a base etnica.

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Le guerre balcaniche precipitarono con il collasso della Bosnia e gli assedi di Sarajevo e Srebrenica del 1995, a cui seguirono gli accordi di Dayton. Gli accordi  riconobbero le aspettative nazionaliste delle ex-repubbliche federali, mortificando però le istanze di indipendenza della provincia autonoma del Kosovo, situata in territorio serbo ma a maggioranza musulmana albanese, che pure non era stata risparmiata dagli orrori della pulizia etnica e della guerra. Tra il 1990 e il 1991, infatti, il governo federale presieduto da Milosevic incentivò la colonizzazione serba del Kosovo, giustificandola con l’alto valore simbolico che la regione ricopriva per l’identità nazionale serba. La “serbizzazione” del Kosovo fu molto aspra: i serbi presero il controllo del governo di Pristina, avviarono operazioni di polizia sul territorio e procedettero all’apartheid culturale, cancellando i programmi scolastici in albanese per introdurre quelli in serbo e disponendo ingressi e orari differenziati per i bambini serbi e i bambini albanesi, e sostituendo il personale sanitario e amministrativo di etnia albanese. Queste operazioni, in particolare l’apartheid culturale e i controlli di polizia avevano lo scopo di riequilibrare i rapporti demografici fra le parti in favore dei serbi, la cui presenza nell’area era da sempre minoritaria. Gli albanesi kosovari non ebbero molte opzioni di fronte alla situazione che si stava imponendo loro: chi ne ebbe la possibilità, emigrò; quanti rimasero tra il 1990 e il 1995 scelsero di ribellarsi ai soprusi del governo federale, adottando la resistenza nonviolenta come strumento di lotta. 

imagesIl movimento nonviolento fu coordinato in particolare dalla Lega democratica per il Kosovo (Ldk), un partito fondato da intellettuali e guidato dallo scrittore Ibrahim Rugova. Intellettuale musulmano di etnia albanese, il politico Rugova ha provato a disarticolare il binomio armi-potere, in un contesto dominato da criminali e signori della guerra, avviando una seria critica al nazionalismo. Convinto, infatti, che l’amore per il Kosovo non si misurasse con l’odio per i serbi, per smontare il nazionalismo serbo ha criticato anche quello albanese, in particolare quello armato del movimento di liberazione (Uçk). Su questo assunto ha preso corpo la resistenza disarmata kosovara, fondata su obiettivi precisi, quali l’autodeterminazione e la difesa della comunità albanese; e su metodi propri della disobbedienza civile, come il  boicottaggio delle leggi e delle istituzioni federali, la renitenza alla leva, la resistenza nonviolenta alle provocazioni, la divulgazione della lotta e la costituzione di uno Stato parallelo. 

Uno degli aspetti più dirompenti di questa iniziativa va rintracciato nell’ostinata volontà di tornare al dialogo. 

IMG_0703Il 1990 fu ribattezzato, non a caso, l’anno della riconciliazione, caratterizzato da un programma di incontri clandestini fra cittadini di diversa etnia e diversa religione, affinché ciascuno potesse raccontare i torti subiti dall’altro e riceverne le dovute scuse per ricucire i rapporti incrinati dal clima incandescente del momento. Gli incontri di riconciliazione furono di preparazione ad un singolare funerale, svoltasi a Pristina il 10 luglio 1991: migliaia di persone accompagnarono il feretro della violenza, sepolto in nome dell’autonomia del Kosovo da ottenere senz’armi. Da quel momento si contarono diverse iniziative di resistenza nonviolenta, tali da mettere in difficoltà il governo federale.

Unknown-2Accanto ai reiterati digiuni di Rugova contro gli atti di violenza, che contribuirono a dare visibilità internazionale alla situazione della regione benché Milosevic continuasse a minimizzarla, si registrò una imponente ribellione al coprifuoco imposto ai cittadini di etnia albanese che, per le modalità con cui venne attuata, costrinse il governo a revocarlo. Quando scattava il coprifuoco, i cittadini di origine albanese tornavano nelle proprie case, mettevano una candela alla finestra e, ad orari concordati, cominciavano a produrre rumori con oggetti metallici, generalmente pentole. Questo esempio di creatività proprio dell’agire nonviolento rese nulla la misura restrittiva imposta dal governo, che fu infatti costretto a cancellarla, poiché la polizia non poteva impedire azioni svolte dai singoli all’interno delle proprie abitazioni

La costituzione dello Stato parallelo favorì, inoltre, iniziative dal grande valore civile come l’organizzazione delle scuole e dei servizi sanitari paralleli, permettendo ai cittadini di etnia albanese di continuare ad esercitare i propri diritti all’istruzione e alla salute, nonostante le reiterate misure di segregazione imposte loro dal governo centrale.  

La situazione interna precipitò dopo gli accordi di Dayton. La delusione per il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo spinse il fronte di resistenza albanese per la liberazione al confronto violento con i serbi e la guerra civile che ne seguì non risparmiò nessuno, neppure i kosovari albanesi della lega democratica. Una guerra cruenta conclusasi nel giugno del 1999, dopo la prolungata serie di bombardamenti Nato, quando i serbi si ritirano, il fronte di liberazione consegnò le armi e si insediò il gruppo di controllo internazionale.  

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Gli eventi sembravano aver decretato la fine politica di Rugova e della resistenza nonviolenta, ma quando furono indette le elezioni politiche nel 2001 Rugova venne eletto presidente.

I detrattori di Rugova ne hanno deriso l’iniziativa, tacciandola di ingenuità, mentre gli studi sulle guerre balcaniche dedicano davvero poco spazio alla resistenza nonviolenta kosovara, sebbene anche ad essa e al coraggio dimostrato da tanti cittadini inermi si debba la tenuta del fronte interno e la possibilità di ricomposizione sociale avviata alla fine del conflitto. Di certo, rimane escluso dalla riflessione il fatto che Rugova abbia portato nella virulenta politica balcanica la virtù della mitezza, dimostrandone l’efficacia attraverso la ridefinizione del concetto di mascolinità, piuttosto arcaico nelle culture fortemente patriarcali: “il vero uomo non è chi reagisce alla violenza altrui, bensì chi mantiene il controllo”. Si tratta di un rovesciamento culturale importante, non inedito per un leader musulmano.

(8 – Conclusione)

 

“You can’t kill the Spirit”

She is like a mountain/Old and Strong/She goes on and on and on … 

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Questo il refrain di una delle più famose canzoni pacifiste femministe degli anni Ottanta: “un tributo al lavoro delle donne per la pace e la giustizia, ad un mondo libero dal nucleare”. 

Il 12 dicembre 1979 la NATO, senza richiedere l’approvazione dei parlamenti dei paesi coinvolti, decise di dislocare nelle basi europee i nuovi missili nucleari Cruise e Pershing. I paesi interessati erano cinque – Belgio, Germania occidentale, Gran Bretagna, Italia e Olanda -, la protesta montò in tutta l’Europa occidentale, negli Stati Uniti e in Australia. La portata della minaccia nucleare fu tale da risvegliare il movimento contro l’atomica, silente sin dai tempi della crisi missilistica cubana, introducendovi una variabile imprevista, tutt’altro che irrilevante: quel movimento, generalmente ispirato e rappresentato da uomini, venne monopolizzato dalle donne.

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Furono loro, le donne, in primis le donne britanniche, ad utilizzare la propria specificità di genere per confrontarsi con il potere politico globale, il potere nucleare, dando vita ad un vasto movimento pacifista trans-europeo ed impulso ad una nuova era della protesta femminista. 

Non era certo la prima volta che le donne si esprimevano con forza sul disarmo e l’anti-militarismo, ma l’aver focalizzato l’iniziativa sul materno, erigendolo a difesa della vita, dei propri figli e delle generazioni future, fece sì che alla protesta aderisse un gruppo eterogeneo ed inedito, composto da casalinghe conservatrici, attiviste pacifiste dai capelli bianchi, giovani femministe pronte ad invadere la base con azioni dimostrative.

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E diventasse fonte d’ispirazione per esperienze analoghe ovunque nel mondo, anche in Italia.

Tutto cominciò con una marcia partita quando, dopo oltre un anno di valutazioni strategiche, la NATO rese noto che laPM_1932-600x400 base militare di Greenham Common nel Berkshire avrebbe ospitato 96 missili Cruise. Era il 27 agosto 1981 e 36 donne, attiviste della “Women for Life on Earth”, partirono da Cardiff alla volta di Greenham, dove arrivarono 10 giorni dopo. Avendo chiesto senza successo un confronto televisivo con il governo sulla questione nucleare, decisero di accamparsi fuori dalla base. greenhamNon potevano immaginare che quell’esperienza sarebbe durata complessivamente 19 anni.

Infatti, sebbene la presenza stabile delle donne cominciò a ridursi  verso la fine degli anni Ottanta, quando con l’avvio del programma nucleare Trident fu chiaro che i missili presenti nella base di Greenham  sarebbero stati trasferiti altrove (l’operazione fu completata nel 1991), le ultime attiviste lasciarono il campo solo nel 2000, quando fu loro riconosciuto il diritto ad erigere sul posto un memoriale.

Si trattò di una protesta lunga, caratterizzata da una straordinaria creatività nonviolenta. 

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Dopo una prima fase di assestamento, nel febbraio 1982 le partecipanti all’occupazione decisero che il campo pacifista doveva essere esclusivamente femminile, affinché fosse garantita una completa adesione all’azione nonviolenta, in particolare nei momenti di confronto con la polizia e l’esercito.

Le cariche di polizia e gli arresti furono, infatti, numerosi. Ma gli accampamenti si ricostituirono dopo ogni sgombero. 

Non mancarono, inoltre, imponenti eventi dimostrativi, come l’Abbraccio alla Base del 12 dicembre 1982,

quando 30.000 donne rispondendo all’appello lanciato dalle attiviste raggiunsero Greenham per abbracciare la base, e la catena umana lunga 23 Km che nell’aprile 1983 collegò Greehnam Common allo stabilimento atomico di Aldermaston, a cui parteciparono 70.000 persone provenienti da tutto il mondo.

Ma il Women’s Peace Camp di Greenham fu, soprattutto, un luogo in cui il rifiuto popolare al nucleare prese corpo intorno ad una riflessione teorica ecologista e pacifista, trasmessa attraverso i tour di conferenze, tenute dalle attiviste presso altri campi analoghi nel mondo, le canzoni, raccolte nel volume Greenham Women Are Everywhere, un documentario diretto da Beeban Kidron e Amanda Richardson, Carry Greenham Home, e persino un racconto di Nicky Edwards, Mud

Dovendo scegliere una parola-chiave per definire quell’esperienza, la scelta cadrebbe su resilienza: non a caso le protagoniste scelsero come emblema la ragnatela a simboleggiarne la tenacia e la pazienza. 

 

(7 – Continua)

Uno straordinario travestimento di massa

«Consideriamo incompleta una storia che si è costituita sulle tracce non deperibili», così scriveva Carla Lonzi nel Manifesto di Rivolta Femminile (1970) a proposito della semi-cancellazione delle donne dalle memorie pubbliche.

In Italia la memoria pubblica della seconda guerra mondiale ha a lungo ignorato uno straordinario episodio di azione nonviolenta, unico nel suo genere in Europa, di cui furono protagoniste assolute le donne: il travestimento di massa dei soldati sbandati dopo l’8 settembre 1943.

Il proclama Badoglio, annunciando, da un lato, l’armistizio e la cessazione delle ostilità verso le forze anglo-americane e, dall’altro, di rispondere agli attacchi di qualsiasi altra provenienza, mise a rischio la vita di migliaia di militari italiani, che nel tentativo di salvarsi cominciarono a disertare. 

B987218C-94CF-47D1-90DC-9D775A4FB66CStigmatizzati come vili e traditori, nel giro di poche ore diventarono un bersaglio tanto per gli ex-alleati nazisti, che con le loro truppe già sul territorio potevano facilmente farli prigionieri, quanto per le  autorità italiane poiché la diserzione in caso di cattura apriva loro le porte della corte marziale. 

F7D282C4-BDB7-4A66-B524-4C940D20F4A3Di fronte a quelle vite in pericolo, le donne agirono in ordine sparso e con spirito nonviolento per trasformarli da militari in civili. Non si posero domande su chi fossero, per quali idee avessero combattuto e per quali ragioni scappavano, semplicemente li nascosero, trovarono loro abiti adeguati, distrussero le uniformi e li accompagnarono ai treni perché potessero raggiungere le loro famiglie, mettendo così a segno una grandiosa operazione di salvataggio realizzata attraverso un travestimento di massa. 

Se una tale azione fosse stata condotta armi alla mano, svaligiando i negozi per procurare gli abiti civili, sarebbe entrata di diritto nella costruzione della memoria postbellica della guerra e della Resistenza, ma essendo stata realizzata senz’armi ne è rimasta esclusa per molto tempo.

Ciononostante, per quanto esse stesse ci abbiamo restituito una memoria ridimensionata degli eventi, sostenendo di aver fatto quello che ritenevano giusto e che ‘istintivamente’ sentivano di dover fare, l’8 settembre 1943 le donne italiane operarono una “straordinaria manutenzione della vita”, un’operazione di maternage di massa, condotta da una soggettività femminile forte e tenace in soccorso ad una mascolinità fragile e pericolante.

(6 – continua)

Foto della resa tratta da  “8 settembre 1943. Cronaca della giornata in cui l’Italia si arrese agli Alleati e si illuse che la guerra fosse finita” di Davide Maria De Luca  (https://www.ilpost.it/2013/09/08/8-settembre-1943/).

Oltre il confine

Il desiderio di relegare in un altrove (preferibilmente) non visibile i diversi, i malati e, più in generale, quanti si allontanano dal modello del lecito consentito continua ad esercitare un certo fascino. Non a caso le società in cui viviamo favoriscono la costruzione di confini fisici e psicologici tesi ad escludere dal corpo sociale, normato secondo criteri di efficienza e presunta moralità, la minaccia rappresentata da tali agenti disturbatori. Si tratta di un’attitudine discutibile e quando viene messa in discussione ecco che è possibile vedere oltre il confine così pervicacemente costruito il piccolo seme di autonomia che sopravvive anche nella soggettività più offesa e deprivata, che altro non chiede se non la possibilità di poter germogliare e crescere secondo le proprie peculiarità. 

Di questo si è parlato al Salone del Libro di Torino, nel corso dell’incontro “Il confine non esiste” coordinato da Valeria Parrella, per ricordare che la legge 180/1978, meglio nota come legge Basaglia, rappresenta a quarant’anni dalla sua approvazione il tentativo rivoluzionario di riconoscere la possibilità a ciascuno di rialzarsi con dignità dallo schianto della propria esistenza. Nel fare questo sono stati proposti quattro libri che, nel riportare l’attenzione sui soggetti e i loro corpi reclusi ed esclusi, contribuiscono ad emancipare il vissuto manicomiale attraverso un processo di empatico riconoscimento e di superamento del confine tra “sano” e “malato”.

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia (2000; 2018) raccoglie le letture svolte da Basaglia nel 1979 in Brasile per far conoscere il lavoro e le idee che portarono all’approvazione della legge 180. conferenze-brasiliane-2789Il libro permette di venire a contatto diretto con il contenuto e gli obiettivi della legge, che chiudendo i manicomi avviò un percorso più cosciente e rispettoso nel trattamento dei disturbi mentali e delle patologie psichiatriche, e fornisce gli strumenti critici per contrastare oggi il ritorno a forme terapeutiche coercitive e lesive della dignità umana come l’elettroshock e il letto di contenzione. 

i_tredici_canti_02Tredici canti di Anna Marchitelli (2018) racconta in un intreccio di verità storica e finzione letteraria tredici vite recluse nell’ospedale psichiatrico ‘Leonardo Bianchi’ di Napoli. L’archivio del ‘Leonardo Bianchi’ conserva ben sessantamila cartelle cliniche, a seguito di un importante lavoro di scavo l’autrice ne ha scelte tredici e ha ricostruito le biografie dei degenti prima dell’internamento in manicomio, sottraendoli così “all’invisibilità in cui, ancor prima di morire, erano stati relegati”.

a4cee4adc5f21fccf100e624d098cc6f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMalacarne di Annacarla Valeriano (2017) restituisce visibilità alle esistenze altrimenti perdute delle donne recluse in manicomio durante il regime fascista. Nel processo di costruzione dell’italiano nuovo, infatti, l’istituzione psichiatrica venne utilizzata dal regime per rinchiudere la “malacarne”, coloro che non soddisfacevano le prerogative dello Stato. Tra questi vi erano soprattutto donne, la cui “devianza erotica” confliggeva con le regole della comunità, bambine e ragazze vittime di violenza carnale, mogli e madri traumatizzate dalle perdite e dalle privazioni subite durante la Grande Guerra.

9788807491634_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleLe nuvole di Picasso di Alberta Basaglia (2014) propone le memorie di una figlia-bambina che è riuscita ad elaborare i contenuti del lavoro paterno senza che le sovrastrutture imposte dalle regole sociali ne falsassero la lettura. Gli anni che portarono all’approvazione della legge Basaglia passano attraverso i ricordi di una bambina che ha vissuto dentro la rivoluzione dei manicomi liberati, i cui protagonisti furono un comandante visionario e un drappello di guerriglieri matti.

Libri da leggere e rileggere perché gli obiettivi di una legge rivoluzionaria e di inclusione, come fu la 180, si realizzano solo attraverso la cura e l’attenzione costante. 

I ragazzi del Club Churchill

Il 9 aprile 1940 con un’operazione di un solo giorno la Germania nazista occupò la Danimarca, un paese neutrale su cui Hitler aveva indirizzato le proprie mire allo scopo di conseguire fra l’altro una maggiore arianizzazione della razza tedesca. La fraternizzazione dei soldati della Wehrmacht con la popolazione femminile locale avrebbe dovuto contribuire alla nascita di una nuova generazione di tedeschi-vichinghi: obiettivo patetico, se non fosse stato diretta conseguenza delle politiche razziali naziste.

 

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Il re Cristiano X e il governo danese per proteggere i cittadini decisero di negoziare con i tedeschi e nel farlo misero in pratica la tecnica del come se, agendo cioè ‘come se’ la Germania fosse un partner normale e non un usurpatore e la Danimarca potesse negoziarvi da pari a pari benché fosse sotto occupazione. Ne derivò la firma di un memorandum in base al quale i tedeschi lasciavano al governo in carica il controllo in materia di legislazione scolastica, politica economica e finanziaria, fisco e distribuzione delle risorse, nonché la gestione dei procedimenti giudiziari; mentre le autorità danesi si impegnavano a contenere l’opposizione dei civili contro i tedeschi. Un accordo ragionevole che avrebbe permesso di ridurre al minimo i danni alla popolazione, evitando rappresaglie e spargimento di sangue, tanto da ottenere un ampio consenso popolare. Ciononostante, i danesi non tennero un atteggiamento passivo nei confronti dell’occupante.

La resistenza nonviolenta contro i nazisti assunse ben presto una forma organizzata e il Club Churchill ne fu una delle prime espressioni. 51lcUmF2jXL._SX330_BO1,204,203,200_Il Club si costituì nella cittadina di Aalborg nell’autunno del 1941 ad opera di otto ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni i quali, sotto la guida del quindicenne Knud Pedersen, la cui storia è stata ripresa di recente nel volume The Boys who Challenged Hitler (2015), misero a segno 25 azioni di sabotaggio ai danni della Wehrmacht, rubando armi e distruggendo veicoli militari. La loro iniziativa fu interrotta nel maggio 1942 quando la polizia li arrestò con l’accusa di aver distrutto beni di proprietà tedesca. Mandati a processo, gli otto ragazzi furono condannati al pagamento di quasi due milioni di corone danesi e a tre anni di prigione. La condanna scatenò la protesta della popolazione, che si concluse con la scarcerazione dei giovani.  

La ribellione popolare, sebbene tesa a rovesciare la sentenza di un tribunale danese, si inserisce fra le numerose azioni intraprese dai cittadini con l’intento di isolare culturalmente i nazisti e fiaccarne il morale. Nello stesso periodo in cui il Club Churchill organizzava rischiose operazioni di sabotaggio, si consolidava un’altrettanto coraggiosa quanto anonima forma di resistenza popolare detta del voltare le spalle, a cui chiunque poteva partecipare compiendo gesti semplici come fingere di non comprendere il tedesco se interpellato; uscire dai negozi all’ingresso di un soldato della Wehrmacht; camminare in gruppo a testa bassa verso una colonna nazista fino a costringerla a deviare il percorso. A queste azioni di resistenza popolare parteciparono in molti, compreso il re Cristiano X, ciascuno assumendo su di sé un rischio calcolato ma non per questo più lieve. 

(5 – continua)

L’immagine dei ragazzi del Club Churchill è tratta da Wikipedia. La copertina del saggio è tratta da Amazon.com