“You can’t kill the Spirit”

She is like a mountain/Old and Strong/She goes on and on and on … 

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Questo il refrain di una delle più famose canzoni pacifiste femministe degli anni Ottanta: “un tributo al lavoro delle donne per la pace e la giustizia, ad un mondo libero dal nucleare”. 

Il 12 dicembre 1979 la NATO, senza richiedere l’approvazione dei parlamenti dei paesi coinvolti, decise di dislocare nelle basi europee i nuovi missili nucleari Cruise e Pershing. I paesi interessati erano cinque – Belgio, Germania occidentale, Gran Bretagna, Italia e Olanda -, la protesta montò in tutta l’Europa occidentale, negli Stati Uniti e in Australia. La portata della minaccia nucleare fu tale da risvegliare il movimento contro l’atomica, silente sin dai tempi della crisi missilistica cubana, introducendovi una variabile imprevista, tutt’altro che irrilevante: quel movimento, generalmente ispirato e rappresentato da uomini, venne monopolizzato dalle donne.

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Furono loro, le donne, in primis le donne britanniche, ad utilizzare la propria specificità di genere per confrontarsi con il potere politico globale, il potere nucleare, dando vita ad un vasto movimento pacifista trans-europeo ed impulso ad una nuova era della protesta femminista. 

Non era certo la prima volta che le donne si esprimevano con forza sul disarmo e l’anti-militarismo, ma l’aver focalizzato l’iniziativa sul materno, erigendolo a difesa della vita, dei propri figli e delle generazioni future, fece sì che alla protesta aderisse un gruppo eterogeneo ed inedito, composto da casalinghe conservatrici, attiviste pacifiste dai capelli bianchi, giovani femministe pronte ad invadere la base con azioni dimostrative.

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E diventasse fonte d’ispirazione per esperienze analoghe ovunque nel mondo, anche in Italia.

Tutto cominciò con una marcia partita quando, dopo oltre un anno di valutazioni strategiche, la NATO rese noto che laPM_1932-600x400 base militare di Greenham Common nel Berkshire avrebbe ospitato 96 missili Cruise. Era il 27 agosto 1981 e 36 donne, attiviste della “Women for Life on Earth”, partirono da Cardiff alla volta di Greenham, dove arrivarono 10 giorni dopo. Avendo chiesto senza successo un confronto televisivo con il governo sulla questione nucleare, decisero di accamparsi fuori dalla base. greenhamNon potevano immaginare che quell’esperienza sarebbe durata complessivamente 19 anni.

Infatti, sebbene la presenza stabile delle donne cominciò a ridursi  verso la fine degli anni Ottanta, quando con l’avvio del programma nucleare Trident fu chiaro che i missili presenti nella base di Greenham  sarebbero stati trasferiti altrove (l’operazione fu completata nel 1991), le ultime attiviste lasciarono il campo solo nel 2000, quando fu loro riconosciuto il diritto ad erigere sul posto un memoriale.

Si trattò di una protesta lunga, caratterizzata da una straordinaria creatività nonviolenta. 

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Dopo una prima fase di assestamento, nel febbraio 1982 le partecipanti all’occupazione decisero che il campo pacifista doveva essere esclusivamente femminile, affinché fosse garantita una completa adesione all’azione nonviolenta, in particolare nei momenti di confronto con la polizia e l’esercito.

Le cariche di polizia e gli arresti furono, infatti, numerosi. Ma gli accampamenti si ricostituirono dopo ogni sgombero. 

Non mancarono, inoltre, imponenti eventi dimostrativi, come l’Abbraccio alla Base del 12 dicembre 1982,

quando 30.0000 donne rispondendo all’appello lanciato dalle attiviste raggiunsero Greenham per abbracciare la base, e la catena umana lunga 23 Km che nell’aprile 1983 collegò Greehnam Common allo stabilimento atomico di Aldermaston, a cui parteciparono 70.000 persone provenienti da tutto il mondo.

Ma il Women’s Peace Camp di Greenham fu, soprattutto, un luogo in cui il rifiuto popolare al nucleare prese corpo intorno ad una riflessione teorica ecologista e pacifista, trasmessa attraverso i tour di conferenze, tenute dalle attiviste presso altri campi analoghi nel mondo, le canzoni, raccolte nel volume Greenham Women Are Everywhere, un documentario diretto da Beeban Kidron e Amanda Richardson, Carry Greenham Home, e persino un racconto di Nicky Edwards, Mud

Dovendo scegliere una parola-chiave per definire quell’esperienza, la scelta cadrebbe su resilienza: non a caso le protagoniste scelsero come emblema la ragnatela a simboleggiarne la tenacia e la pazienza. 

 

(7 – Continua)

Oltre il confine

Il desiderio di relegare in un altrove (preferibilmente) non visibile i diversi, i malati e, più in generale, quanti si allontanano dal modello del lecito consentito continua ad esercitare un certo fascino. Non a caso le società in cui viviamo favoriscono la costruzione di confini fisici e psicologici tesi ad escludere dal corpo sociale, normato secondo criteri di efficienza e presunta moralità, la minaccia rappresentata da tali agenti disturbatori. Si tratta di un’attitudine discutibile e quando viene messa in discussione ecco che è possibile vedere oltre il confine così pervicacemente costruito il piccolo seme di autonomia che sopravvive anche nella soggettività più offesa e deprivata, che altro non chiede se non la possibilità di poter germogliare e crescere secondo le proprie peculiarità. 

Di questo si è parlato al Salone del Libro di Torino, nel corso dell’incontro “Il confine non esiste” coordinato da Valeria Parrella, per ricordare che la legge 180/1978, meglio nota come legge Basaglia, rappresenta a quarant’anni dalla sua approvazione il tentativo rivoluzionario di riconoscere la possibilità a ciascuno di rialzarsi con dignità dallo schianto della propria esistenza. Nel fare questo sono stati proposti quattro libri che, nel riportare l’attenzione sui soggetti e i loro corpi reclusi ed esclusi, contribuiscono ad emancipare il vissuto manicomiale attraverso un processo di empatico riconoscimento e di superamento del confine tra “sano” e “malato”.

Conferenze brasiliane di Franco Basaglia (2000; 2018) raccoglie le letture svolte da Basaglia nel 1979 in Brasile per far conoscere il lavoro e le idee che portarono all’approvazione della legge 180. conferenze-brasiliane-2789Il libro permette di venire a contatto diretto con il contenuto e gli obiettivi della legge, che chiudendo i manicomi avviò un percorso più cosciente e rispettoso nel trattamento dei disturbi mentali e delle patologie psichiatriche, e fornisce gli strumenti critici per contrastare oggi il ritorno a forme terapeutiche coercitive e lesive della dignità umana come l’elettroshock e il letto di contenzione. 

i_tredici_canti_02Tredici canti di Anna Marchitelli (2018) racconta in un intreccio di verità storica e finzione letteraria tredici vite recluse nell’ospedale psichiatrico ‘Leonardo Bianchi’ di Napoli. L’archivio del ‘Leonardo Bianchi’ conserva ben sessantamila cartelle cliniche, a seguito di un importante lavoro di scavo l’autrice ne ha scelte tredici e ha ricostruito le biografie dei degenti prima dell’internamento in manicomio, sottraendoli così “all’invisibilità in cui, ancor prima di morire, erano stati relegati”.

a4cee4adc5f21fccf100e624d098cc6f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyMalacarne di Annacarla Valeriano (2017) restituisce visibilità alle esistenze altrimenti perdute delle donne recluse in manicomio durante il regime fascista. Nel processo di costruzione dell’italiano nuovo, infatti, l’istituzione psichiatrica venne utilizzata dal regime per rinchiudere la “malacarne”, coloro che non soddisfacevano le prerogative dello Stato. Tra questi vi erano soprattutto donne, la cui “devianza erotica” confliggeva con le regole della comunità, bambine e ragazze vittime di violenza carnale, mogli e madri traumatizzate dalle perdite e dalle privazioni subite durante la Grande Guerra.

9788807491634_quarta.jpg.600x800_q100_upscaleLe nuvole di Picasso di Alberta Basaglia (2014) propone le memorie di una figlia-bambina che è riuscita ad elaborare i contenuti del lavoro paterno senza che le sovrastrutture imposte dalle regole sociali ne falsassero la lettura. Gli anni che portarono all’approvazione della legge Basaglia passano attraverso i ricordi di una bambina che ha vissuto dentro la rivoluzione dei manicomi liberati, i cui protagonisti furono un comandante visionario e un drappello di guerriglieri matti.

Libri da leggere e rileggere perché gli obiettivi di una legge rivoluzionaria e di inclusione, come fu la 180, si realizzano solo attraverso la cura e l’attenzione costante. 

L’identikit del non-eroe

Chi è il nonviolento? Nel dare una risposta a questa domanda, si cercherà di risolvere due possibili quanto facili equivoci.

Il primo riguarda il genere della nonviolenza. 

In “Quando il non-eroe è femmina” abbiamo visto come fra nonviolenza e femminismo vi sia una certa affinità: questo non implica che la pratica nonviolenta sia una prerogativa delle donne. La storia del Novecento tende anzi a riconoscere fra i leader nonviolenti quasi esclusivamente degli uomini.

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In realtà, l’iniziativa nonviolenta ridefinisce i modelli di genere vigenti, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne.

Il secondo attiene al rifiuto della guerra, attitudine che induce ad identificare il nonviolento con il pacifista e si tratta di un equivoco non da poco. Il pacifista è seguace di una dottrina, il pacifismo, che rifiuta il ricorso alla guerra nella risoluzione delle controversie internazionali, non rifiuta però altre formule altrettanto violente di contenimento: embarghi, bombardamenti mirati, ecc. In base a questa definizione si può affermare che sebbene molti pacifisti siano anche nonviolenti, difficilmente l’attivista nonviolento è un pacifista. 

Nel volume “La conta dei salvati”, Anna Bravo ha tracciato un identikit del soggetto nonviolento, descrivendolo come una persona che:

– non si limita a rigettare le armi (proprie e improprie che siano), ma rifiuta l’odio e cerca di trasmettere al “nemico” questo talento;

– non rinuncia ai conflitti, ma li apre e prova ad affrontarli in modo evoluto, con soluzioni in cui nessuno sia danneggiato, umiliato, battuto;

– non vive negli interstizi lasciati liberi dal potere, ma lo sfida;

– aderisce ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli;

– non è equidistante rispetto alle disparità sociali, ma le individua e ne promuove il superamento;

– non è né remissiva né ingenua, bensì paziente e mite, capace di inventare tattiche nuove per raggiungere i propri obiettivi: se così non fosse stato, ad esempio, la Marcia del sale, condotta dal 12 marzo al 5 aprile 1930 e a cui parteciparono in migliaia decretando la crisi dell’impero britannico, non avrebbe potuto avere luogo.

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I soggetti nonviolenti sono, dunque, uomini compassionevoli e donne sicure di sé, che sarebbe riduttivo definire pacifisti. Essi sono piuttosto dei “peacemakers” ovvero dei “facitori di pace”: si impegnano a costruire le condizioni alternative alla violenza e alla guerra “partendo da sé”, cambiando il proprio modo di agire, di pensare, di parlare. Il loro obiettivo è favorire la crescita di “società capaci di pace (peaceable societies)” e la loro iniziativa prevede un impegno duraturo e costante nel tempo. 

(4 – continua)

L’immagine della Marcia del sale è tratta da Wikipedia

Quando il non-eroe è femmina

A rendersi protagonisti del lavorio semplice e costante orientato alla tutela dell’esistenza sono i soggetti deboli, coloro che pur essendo privi di un reale potere non si sottraggono di fronte alle sfide e affrontano i conflitti senza odio, senza danneggiare ed umiliare il ‘nemico’, pensando in termini di vantaggio reciproco.

Costruire condizioni alternative alla violenza e alla guerra non è impresa semplice,  impone di rivedere il proprio modo di agire, di pensare, di parlare, di avviare quella che Aldo Capitini ha chiamato la “rivoluzione nonviolenta”: un’iniziativa individuale da allargare a livello sociale attraverso il dialogo e l’educazione.

Per quanto l’iniziativa nonviolenta sia universale e, anzi, tenda a ridefinire i modelli di genere, valorizzando in quanto virtù positive la compassione negli uomini e la fiducia in se stesse nelle donne, è altresì vero che proprio in quel cambiamento “a partire da sé”, evocato poc’anzi, si debba rintracciare l’affinità fra nonviolenza e femminismo così efficacemente sintetizzata da Anna Bravo: entrambe le pratiche riscrivono la storia, includendo quanti vi erano esclusi; implicano una rivoluzione interiore; valorizzano le mediazioni; richiamano alla pazienza; al senso del limite; alla cura delle cose piccole e fragili della vita quotidiana, quelle cose cioè diligentemente distrutte dall’approccio militare-tecnologico prettamente patriarcale che caratterizza la definizione di potere nelle società in cui viviamo.

Un esempio di tale affinità è rappresentato dal Congresso internazionale delle donne svoltosi a L’Aia dal 28 aprile al 1° maggio 1915. 

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L’Europa era in guerra, ma nonostante le difficoltà e i pericoli cui andarono incontro per raggiungere l’Olanda, all’inaugurazione dei lavori congressuali erano presenti 1136 donne provenienti da paesi neutrali e belligeranti, in rappresentanza di 13 nazionalità: c’era un’italiana, Rosa Genoni, e soprattutto c’erano le donne tedesche ed austriache. Una presenza dal forte valore simbolico, considerando che le rappresentanze tedesche e austriache erano state escluse da tutti i consessi internazionali alla dichiarazione di guerra. 

Si trattò di un congresso femminista e fu a pieno titolo un’iniziativa nonviolenta. 

Il congresso per il fatto stesso di riunirsi rappresentò un’aperta sfida al potere da parte di soggetti deboli, donne escluse dal dibattito politico perché non aventi diritto al voto e prive di eleggibilità.

Espresse l’adesione ad una pratica etica e politica tesa a ridefinire le relazioni fra gruppi e fra singoli e a superare le ingiustizie, mettendo in discussione il rapporto guerra/donne elaborato dalla cultura dominate secondo cui la guerra era necessaria alla protezione delle donne. “Noi donne giudichiamo la guerra differentemente dagli uomini” avrebbe dichiarato Aletta Jacobs. Non in termini di perdita di potere bensì di vite. La perdita degli altri, dei mariti e dei figli, dei padri e dei fratelli, ma anche di se stesse: l’unica risultante certa della guerra era il profondo danneggiamento del “genere umano”.

Propose una soluzione “win-win” al conflitto in corso, indicando nell’immediato-cessate-il-fuoco il primo passo da compiersi, a cui far seguire l’avvio di un confronto costruttivo fra belligeranti, tale da condurre con l’ausilio dei Paesi neutrali alla sottoscrizione di una pace negoziata, senza vincitori né vinti.

Indirizzò lo sguardo sulle possibili forme di riconciliazione. Il desiderio di unità tra esseri umani a salvaguardia di una civiltà condivisa andava di pari passo con la volontà di promuovere forme di mutua comprensione fra le nazioni, per evitare che si manifestassero sentimenti di odio e desideri di rivincita. In questa prospettiva va letto il progetto di intervenire direttamente sull’educazione dei bambini, affinché il ricorso alle armi nella risoluzione delle dispute diventasse inammissibile. 

Infine, quasi a voler dar corpo alla funzione politico-sociale della “cura”, intesa come antidoto alle derive violente della società, le donne riunite a L’Aia decisero di inviare un carico di tulipani ai soldati feriti, ricoverati negli ospedali da campo. Le duecento scatole di fiori, che a causa delle distanze non raggiunsero l’Austria-Ungheria, la Russia e neppure altri paesi dell’est e sud Europa, arrivarono negli ospedali dislocati in Inghilterra, Germania e Paesi Bassi.

1Fiori per sanare la distruzione, un’immagine che rimanda a quella più recente di una donna palestinese intenta ad innaffiare i fiori piantati nei contenitori vuoti dei gas lacrimogeni.

 

 

 

(3 – continua)

Fraternizzare con il nemico

Cedere il rancio e fare da scudo ai compagni con il proprio corpo sono gesti di cura frequenti nei riguardi dei propri commilitoni, dettati dal desiderio di tutelare la dignità della vita offesa dalla guerra e di esorcizzare la morte, come abbiamo visto nell’articolo precedente.

3C9BB565-661D-40EF-B302-BF44C7E30629Quando la medesima attenzione viene diretta al nemico assume un forte carattere anti-bellico, una dimensione politica. Nel caso della Grande Guerra, una volta che il soldato “sepolto” nell’opposta trincea venne riconosciuto come un proprio simile si registrarono forme inedite di iniziative nonviolente e, questo, nonostante la propaganda di guerra lavorasse alla costruzione del nemico quale essere mostruoso da annientare.

I soldati compresero ben presto che l’unico modo per non morire era non uccidere, di qui la scelta di ridurre al minimo gli episodi di combattimento e di assumere come metro delle proprie azioni la tutela della vita propria e altrui.

Gli episodi di fraternizzazione non furono mai estemporanei, tanto sul Fronte orientale dove non mancarono sin dalle prime settimane di guerra forme di interazione tra i soldati austro-ungarici e i russi, quanto sul Fronte occidentale dove a partire dal novembre 1914 si stabilirono rapporti solidali tra britannici e tedeschi ed anche tra tedeschi e francesi, benché in questo caso le relazioni fossero più tese.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50720) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Burying those killed in the attack of 18 December. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205025418

L’interazione pacifica e spesso amichevole fra parti contrapposte avvenne gradualmente, favorita dall’immobilità delle trincee: i militi ebbero modo e tempo per riconoscersi come “vicini di casa” ed adoperarsi per mantenere rapporti di buon vicinato. Le principali iniziative intraprese sono riconducibili a forme di “passiva inattività”, come la decisione di non sparare e di non controllare  i movimenti che avvenivano sul lato opposto per trarne vantaggio strategico.

Erano vere e proprie tregue, spesso di breve durata, ma comunque ritualizzate e rispondenti ai bisogni quotidiani dei soldati. Si registravano, infatti, in caso di maltempo, permettendo così ai militari di stare al riparo, oppure per consentire il recupero dei feriti e la sepoltura dei caduti. Con il passare del tempo si concretizzarono anche forme di interazione più dirette: dai saluti di cortesia si passò allo scambio di battute sul campionato di calcio, all’ascolto serale della musica, alle visite.

L’episodio più clamoroso di fraternizzazione si registrò lungo le linee della regione di Ypres in occasione del Natale 1914.

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THE CHRISTMAS TRUCE ON THE WESTERN FRONT, 1914 (Q 50719) British and German troops meeting in No-Man’s Land during the unofficial truce. (British troops from the Northumberland Hussars, 7th Division, Bridoux-Rouge Banc Sector). Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205022262

Nonostante gli appelli per il cessate il fuoco lanciati dalle organizzazioni internazionali, socialiste e suffragiste, e la richiesta ufficiale di papa Benedetto XV di porre fine all’inutile strage che stava insanguinando l’Europa, per quel Natale la guerra non sarebbe finita e nessuno sarebbe tornato a casa, contrariamente a quanto promesso dai rispettivi governi. Fu così che i soldati si presero il tempo per festeggiare.

A prendere l’iniziativa pare siano stati i soldati tedeschi, i quali disposero delle candele sui bordi delle trincee e intonarono canti natalizi, a cui risposero i britannici con i propri. Man mano uscirono allo scoperto, si fecero gli auguri e in alcuni punti della “terra di nessuno” si incontrarono per scambiarsi piccoli doni, tabacco, sigarette.

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THE CHRISTMAS TRUCE, 1914 (Q 11745) British and German soldiers fraternising at Ploegsteert, Belgium, on Christmas Day 1914, front of 11th Brigade, 4th Division. Copyright: � IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/205247304

La stampa americana, in particolare The New York Times, sin dall’ultima settimana di dicembre, diffuse la notizia di quanto avvenuto il giorno di Natale sul Fronte occidentale, mentre da gennaio 1915 apparvero sui giornali britannici le prime immagini della tregua. I giornali tedeschi, al contrario, criticarono aspramente l’avvenimento, mentre la censura sulla stampa impedì che la notizia della tregua arrivasse all’opinione pubblica francese. L’episodio è stato rievocato nel 2005 dal film Joyeux Noël del regista Christian Carion.

Gli alti comandi condannarono l’accaduto consci della sua pericolosità. Iniziative del genere evidenziavano chiaramente che il sentimento bellico non era stato interiorizzato dai soldati, i quali nel corso della guerra continuarono a ritagliarsi spazi di disobbedienza opponendo alla logica disumanizzante della guerra strategie tali da non perdere la propria dignità di essere umani. Per questa ragione, tutte le forme di fraternizzazione furono perseguitate sistematicamente con condanne esemplari e, in alcuni casi, anche con la morte. E, tuttavia, non cessarono.

L’interazione solidale tra i militi di opposti fronti era fatta di consuetudini e riti tesi a risparmiare il sangue, anche durante i combattimenti quando si faceva in modo di sparare senza colpire. Il contenimento della violenza da parte dei soldati raggiunse livelli tali da dover smobilitare interi reparti. Quando questo avveniva i militari smobilitati si affrettavano ad informare i “vicini”, utilizzando rodati canali di comunicazione ovvero messaggi nascosti dentro bombe disinnescate o arrotolati intorno ad una pietra, affinché non inviassero i consueti segnali con il rischio di cadere nelle imboscate dei nuovi arrivati.

Di tregue spontanee e fraternizzazioni ancora oggi si parla poco, per nulla o quasi nei libri di testo, e quando accade esse vengono sempre messe in relazione alla storia della guerra come se fossero parte di una strategia militare. Eppure, è l’esatto contrario. Si tratta, infatti, di iniziative di non-cooperazione attuate dai militari nel tentativo di riprendere in mano la propria vita, dando la possibilità al nemico di fare lo stesso.  Sono, pertanto, da considerarsi azioni di resistenza nonviolenta al potere.

(2 – continua)



 

Disarticolare il binomio potere-violenza

Uno dei fondamenti della nonviolenza è evitare lo spargimento di sangue, principio basilare per la tutela della vita.

Il raggiungimento di un tale obiettivo non è quasi mai nelle mani di chi detiene il potere, che ingannandosi crede di essere rafforzato dall’esercizio della violenza, bensì in quelle dei soggetti deboli, gli esclusi dalla retorica dell’eroismo. Sono i non-eroi, infatti, che attraverso gesti piccoli, anonimi, quotidiani si sollevano contro l’ingiustizia e agiscono per preservare l’integrità della vita in tutte le sue forme.

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Lo scopo dell’agire nonviolento è spesso rivolto a lenire le ferite delle aree urbane condannate al degrado dalle amministrazioni, come dimostrano le iniziative di guerrilla gardening.

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Ed è lo stesso sentimento di salvaguardia della vita ad spirare le marce pacifiche e i flash mob degli studenti americani, che chiedono una riforma seria e definitiva della legge sulla vendita delle armi.

All’osservatore poco attento esse possono apparire come azioni di poco conto e dalla scarsa efficacia, ma al contrario la loro delicatezza esprime un alto valore non solo simbolico: la possibilità che un cambiamento politico e sociale si realizzi attraverso la cura e la tutela. A vantaggio della società nel suo insieme.

La straordinarietà delle azioni piccole e ordinarie dei non-eroi è emersa in particolare nel confronto con la violenza della guerra, tanto che oggi anche semplici gesti  di cura quotidiana sono riconosciuti dal diritto internazionale come forme di diplomazia di base.

La trincea rappresenta uno dei luoghi più emblematici in cui queste “azioni di pace in tempo di guerra” hanno preso forma.

La linea del Fronte occidentale era costituita da una tripla serie di cunicoli scavati nel fango e disposti lungo una direttrice, che procedeva quasi ininterrotta dal Mare del Nord alle Alpi. Un tracciato che negli anni di guerra rimase pressoché invariato, registrando spostamenti minimi e mai superiori ai 15 km.

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Nella trincea si produsse per ragion di Stato una grande umiliazione della dignità umana. Esposti alle intemperie e a condizioni igienico-sanitarie inaccettabili, i soldati uscivano dai fossati per andare all’assalto e, quando non cadevano in combattimento, morivano di freddo, fame e tifo.

I primi mesi di guerra fecero registrare non pochi attriti tra i militari di leva, generalmente di umili origini, contrari alla guerra e i giovani volontari, in molti casi studenti universitari di estrazione borghese, propensi a vestire di patriottismo il proprio impegno. Col passare del tempo, le distanze fra le due posizioni di accorciarono.

Si fece sempre più forte la convinzione che la guerra fosse inutile e la permanenza nelle trincee trovò una giustificazione solo nella capacità di ognuno di tutelare la vita: gesti semplici, come cedere il rancio ai più deboli e ai malati, ed azioni eroiche, come coprire con il proprio corpo le granate affinché gli altri non saltassero in aria.

(1- continua)

La parola ai non-eroi

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Il Novecento viene descritto come il secolo delle guerre totali, un dato questo innegabile: si sono combattute due guerre mondiali e diverse guerre civili su base etnica solo in Europa, e centinaia di altre guerre nel resto del mondo, alcune delle quali ancora in corso.
Sfogliando un qualsiasi manuale di storia, il XX secolo sembra scandito ineluttabilmente dalla guerra, dal momento violento reiterato, eppure la sua elevazione ad evento spartiacque, per quanto verosimile, non è giustificabile. Nonostante il computo delle vittime sia enorme ed ancora aperto, da una prospettiva storica il numero dei “salvati” è ben superiore.

Eventi traumatici come le guerre, infatti, permettono sempre di rintracciare la presenza di un lavorio semplice e costante, il più delle volte spontaneo, in altri casi organizzato, orientato alla tutela dell’esistenza. Ne sono protagonisti persone note e cittadini comuni, in ogni caso soggetti “deboli” e privi di potere, che di fronte alle difficili sfide poste dalla violenza coloniale e bellica, dal razzismo e dallo sfruttamento ambientale, per citare alcuni degli esempi possibili, promuovono azioni nonviolente al fine di trovare una soluzione positiva alle ingiustizie.

L’Associazione culturale Se, attraverso una serie di post in questo blog e un nuovo eBook della collana ‘Case Studies’, si propone di sviluppare un percorso teso alla contestualizzazione di alcune dinamiche conflittuali, per comprendere cosa può renderle più distruttive e cosa può, invece, contenerne la violenza, aprendo strade di ricomposizione e di riconciliazione.
Nonviolenza sarà la parola-chiave utilizzata in questa indagine. Le tecniche della trasformazione non violenta dei conflitti verranno raccontate alla luce delle riflessioni di quanti hanno ispirato i movimenti di disobbedienza civile, mentre si individueranno soluzioni tese a smilitarizzare il linguaggio e la narrazione corrente per restituire la parola alla mancanza di potere, alla debolezza, ai non-eroi.