Che cosa significa parlare di pace mentre la guerra è in corso? E quali possibilità di azione politica rimangono a chi è escluso dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?
Sono interrogativi che attraversano il numero 2/2026 della rivista «Esodo», Dalla guerra alla pace. Percorsi e storie di donne, dedicato alle esperienze femminili di impegno per la pace, dall’Ottocento fino ai nostri giorni. I contributi raccolti ripercorrono vicende differenti: dal pacifismo di Bertha von Suttner e dall’internazionalismo femminile durante la Prima guerra mondiale alla Resistenza e alla Liberazione, dall’esperienza delle madri costituenti alla partecipazione delle donne alla vita della Chiesa durante e dopo il Concilio Vaticano II, fino ai movimenti contemporanei.
Non si tratta di una storia unitaria del pacifismo femminile. Le protagoniste appartengono a contesti politici, culturali e religiosi diversi; non condividono necessariamente le stesse idee, né tutte possono essere definite femministe in senso proprio. Eppure, nelle loro esperienze è possibile riconoscere un elemento comune: la volontà di intervenire sulle scelte che riguardano la guerra, la pace e la convivenza civile, sottraendole al monopolio di una politica a lungo pensata e praticata dagli uomini.
Alcune si autoconvocano, costruiscono relazioni, elaborano proposte e organizzano iniziative al di fuori delle istituzioni dalle quali sono escluse; altre, conquistati nuovi spazi di partecipazione, contribuiscono a ridefinirne principi e orientamenti. Sono percorsi differenti, nei quali l’azione per la pace si intreccia con processi di emancipazione e di liberazione.
L’esperienza del Congresso internazionale delle donne, riunito all’Aia nell’aprile del 1915, ne offre un esempio significativo. Mentre l’Europa era attraversata dalla guerra, donne provenienti da paesi belligeranti e neutrali decisero di incontrarsi, superando le divisioni imposte dal conflitto. Non si limitarono a chiedere la cessazione delle ostilità: discussero delle condizioni politiche, economiche e sociali necessarie a costruire una pace duratura e avanzarono proposte di mediazione da attuare mentre la guerra continuava. Tale scelta è riconducibile a una “politica del possibile”, che si esprime nella capacità di agire come se il dialogo non fosse stato definitivamente interrotto, come se esistesse ancora uno spazio nel quale gli avversari potessero tornare a riconoscersi come interlocutori. Non si tratta di una finzione consolatoria, né di un modo per ignorare i rapporti di forza o la realtà della guerra. È una scelta politica consapevole: non attendere che si presentino condizioni favorevoli per intervenire, ma contribuire a crearle attraverso l’azione. La proposta di una mediazione continua, da avviare senza subordinare il confronto alla conclusione delle ostilità, traduceva questa convinzione in un progetto concreto.
Agire come se la pace fosse possibile significa, dunque, sottrarre alla guerra il potere di stabilire, da sola, i confini del possibile. Non significa assumere una posizione di neutralità morale, né ignorare le responsabilità di chi esercita la violenza. Significa riconoscere che il conflitto pone anche un limite etico all’azione: la necessità di confrontarsi con l’altro senza negarne la dignità, senza fare della sua distruzione la condizione della propria affermazione.
Questa attenzione alle possibilità di azione, anche nelle circostanze più difficili, permette di accostare all’esperienza dell’Aia alcune vicende della Resistenza, senza cancellare le profonde differenze fra i due contesti storici. Durante la Seconda guerra mondiale, accanto alla lotta armata, si svilupparono pratiche di resistenza civile, protezione e salvataggio che contribuirono a sottrarre persone alla persecuzione e alla violenza. Gli studi di Anna Bravo, da In guerra senz’armi a La conta dei salvati, hanno restituito visibilità a queste esperienze, a lungo rimaste ai margini della narrazione storica. Non si tratta di contrapporre la resistenza senza armi a quella armata, né di attribuire a tutte queste azioni una consapevole ispirazione pacifista. Ciò che interessa è riconoscere, in molte di esse, una responsabilità morale verso la vita e la dignità delle persone, talvolta esercitata anche nei confronti di chi apparteneva al campo avversario. La cura e la protezione, dunque, non rappresentano un’alternativa all’azione politica, ma possono diventarne una forma concreta. Anche quando non è possibile arrestare la guerra, rimane uno spazio di iniziativa nel quale intervenire per limitare la violenza, salvare vite e preservare relazioni umane che il conflitto tende a distruggere.
La costruzione della pace, tuttavia, non si esaurisce nelle iniziative assunte durante i conflitti. Richiede anche di intervenire sulle condizioni politiche, sociali e culturali che rendono possibile una convivenza fondata sulla libertà, sulla giustizia e sul riconoscimento dei diritti.
In questa prospettiva assume particolare significato l’esperienza delle 21 donne elette all’Assemblea costituente. Il loro contributo alla definizione dei principi della nuova Repubblica riguardò l’uguaglianza, il lavoro, la famiglia, l’istruzione e i diritti delle persone, nella convinzione che libertà e solidarietà dovessero tradursi in condizioni concrete di vita, liberando gli individui dalla paura, dal bisogno e dalla miseria.
Le costituenti non intervennero direttamente nella stesura dell’articolo 11, ma fu Teresa Mattei, partigiana combattente con il nome di battaglia Chicchi, a suggerire il verbo ripudia in luogo di rinuncia o condanna. Quando l’articolo fu approvato, sancendo che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa … “, le 21 donne scesero insieme nell’emiciclo e ballarono tenendosi per mano, restituendoci così il valore politico di una partecipazione che non si esauriva nell’accesso alle istituzioni, ma contribuiva a ridefinire il linguaggio, i diritti e i principi sui quali fondare la convivenza democratica.
L’attenzione al linguaggio, del resto, costituisce un’altra dimensione delle politiche per la pace. Le parole contribuiscono a formare il modo in cui una società rappresenta i conflitti e immagina le possibilità della loro soluzione. Smilitarizzare il linguaggio, mettere in discussione la retorica della forza, educare al riconoscimento dell’altro sono pratiche che accompagnano il disarmo e la mediazione, intervenendo sulle culture che possono alimentare e legittimare la violenza.
Le esperienze raccolte in questo numero di «Esodo» non indicano un’unica strada per costruire la pace. Mostrano piuttosto come, in condizioni storiche diverse, sia stato possibile assumersi la responsabilità del conflitto senza accettarne tutte le logiche, anche da parte di donne che della guerra e della violenza erano spesso le prime vittime.
Parlare quando la guerra impone di interrompere le comunicazioni. Mediare quando le parti non vogliono riconoscersi. Disobbedire quando obbedire significa partecipare alla violenza. Curare quando prendersi cura dell’altro diventa sospetto. Salvare quando la logica della guerra attribuisce valore soprattutto alla capacità di uccidere. Non sono gesti equivalenti, né risposte sufficienti, da sole, a risolvere i conflitti. Sono, come ci ha insegnato a riconoscere Anna Bravo, modi diversi di riconoscere un limite alla violenza e di mantenere aperta la possibilità di una relazione con l’altro, senza rinunciare al giudizio morale e alla responsabilità delle proprie scelte.
Rileggere oggi queste storie non significa cercare nel passato soluzioni già pronte. Significa interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile la pace e sulle responsabilità che ciascuno può assumersi per costruirle. È anche per questo che il numero di «Esodo» merita di essere letto: per la pluralità delle esperienze e delle prospettive che mette in dialogo e per le domande che restituisce al nostro presente, nel quale parlare di pace mentre la guerra continua rimane una scelta tutt’altro che scontata.


























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