Sicurezza e Responsabilità

Siamo nel 1954, si è da poco conclusa la guerra di Corea. Nel clima di paura, sospetto e odio della guerra fredda le grandi potenze, che a causa dei loro interessi strategici impedivano l’effettivo funzionamento delle Nazioni Unite, cercano di mantenere simultaneamente la pace e la loro supremazia militare, e gli scienziati con le proprie ricerche contribuiscono alla proliferazione dei programmi nucleari.  

La scienziata britannica Kathleen Lonsdale pubblica una sua riflessione su sicurezza e responsabilità civile degli scienziati.foto 2

Si tratta di un testo di straordinaria attualità in cui l’autrice svolge un’analisi puntuale del lavoro scientifico al servizio del militarismo.

Formati e pagati per incrementare la capacità distruttiva dei paesi committenti, gli scienziati si trinceravano dietro il falso alibi della sicurezza collettiva, sostenendo che non era loro prerogativa decidere circa l’utilizzo dei risultati del proprio lavoro. 

Una posizione ritenuta alquanto opportunistica da Lonsdale, che sottolinea come nel fornire alle nazioni quel genere di armi che, in numeri facilmente raggiungibili, potevano essere utilizzate per spazzare via la civiltà, gli scienziati stavano mettendo consapevolmente “il veleno nelle mani di bambini irresponsabili”.

foto 3Lo scienziato, pur essendo un singolo individuo, aveva più potere della maggioranza degli individui, un potere derivante dalle sue conoscenze e per questo Lonsdale chiedeva alla comunità scientifica di assumersi la responsabilità per lo stato di insicurezza globale svelando le conseguenze dell’utilizzo militare delle scoperte scientifiche.

Si trattava di illustrare le gravi conseguenze che la produzione nucleare portava con sé. Conseguenze dannosissime per la salute umana, animale e ambientale dovute all’impossibilità di smaltire le scorie e alla ricaduta di materiali radioattivi al suolo dopo i test in atmosfera. 

Si trattava, inoltre, di far sapere ai cittadini che la politica nucleare, con riferimento in particolare al caso della Gran Bretagna, era una politica predatoria, poiché veniva alimentata con lo sfruttamento delle miniere di uranio del Congo e le devastanti conseguenze dell’estrattivismo militare avrebbero portato nel tempo a condizioni di vita tali da determinare una esponenziale crescita delle migrazioni dall’Africa.

Assumendosi la responsabilità civile di rendere note le proprie scoperte e le loro conseguenze, gli scienziati avrebbero potuto mettere le proprie intelligenze al servizio del benessere collettivo, un benessere condiviso non ottenuto a spese della perdita altrui. Perché ciò avvenisse bisognava spostare l’attenzione dalla sicurezza militare alla sicurezza sociale per tutti i viventi, promuovendo nella comunità un desiderio di servizio. 

Da qui la proposta di Lonsdale per un vasto progetto di servizio civile volontario nazionale e internazionale, alimentato da scambi organizzati, adeguatamente supportati sul piano finanziario e gestionale dai governi: l’idea era quella di favorire gli scambi fra lavoratori di ogni ordine e grado e, soprattutto, fra i giovani.  

Era sua opinione, infatti, che i giovani, pur essendo idealisti ed entusiasti, difficilmente riuscissero ad immaginare le condizioni sotto cui le altre persone erano costrette a vivere. Ma se avessero potuto lavorare insieme ai loro coetanei di ogni parte del mondo, con reciproco rispetto, sarebbero stati il motore di una migliore comprensione internazionale e di una maggiore capacità di cooperazione. La coscienza civile sviluppata sul campo avrebbe favorito una rivoluzione sociale diffusa, tale da rendere inaccettabili la persistenza della povertà, della cattiva salute, dell’ignoranza e della degradazione, cause di tanta sofferenza in molte parti del mondo.

 

(*) Questo testo fa parte del contributo presentato al convegno “Ripensare l’ecopacifismo femminista” (Roma, 17-18 maggio 2019)foto-1-2721008763-1558348652915.jpg

“You can’t kill the Spirit”

She is like a mountain/Old and Strong/She goes on and on and on … 

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Questo il refrain di una delle più famose canzoni pacifiste femministe degli anni Ottanta: “un tributo al lavoro delle donne per la pace e la giustizia, ad un mondo libero dal nucleare”. 

Il 12 dicembre 1979 la NATO, senza richiedere l’approvazione dei parlamenti dei paesi coinvolti, decise di dislocare nelle basi europee i nuovi missili nucleari Cruise e Pershing. I paesi interessati erano cinque – Belgio, Germania occidentale, Gran Bretagna, Italia e Olanda -, la protesta montò in tutta l’Europa occidentale, negli Stati Uniti e in Australia. La portata della minaccia nucleare fu tale da risvegliare il movimento contro l’atomica, silente sin dai tempi della crisi missilistica cubana, introducendovi una variabile imprevista, tutt’altro che irrilevante: quel movimento, generalmente ispirato e rappresentato da uomini, venne monopolizzato dalle donne.

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Furono loro, le donne, in primis le donne britanniche, ad utilizzare la propria specificità di genere per confrontarsi con il potere politico globale, il potere nucleare, dando vita ad un vasto movimento pacifista trans-europeo ed impulso ad una nuova era della protesta femminista. 

Non era certo la prima volta che le donne si esprimevano con forza sul disarmo e l’anti-militarismo, ma l’aver focalizzato l’iniziativa sul materno, erigendolo a difesa della vita, dei propri figli e delle generazioni future, fece sì che alla protesta aderisse un gruppo eterogeneo ed inedito, composto da casalinghe conservatrici, attiviste pacifiste dai capelli bianchi, giovani femministe pronte ad invadere la base con azioni dimostrative.

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E diventasse fonte d’ispirazione per esperienze analoghe ovunque nel mondo, anche in Italia.

Tutto cominciò con una marcia partita quando, dopo oltre un anno di valutazioni strategiche, la NATO rese noto che laPM_1932-600x400 base militare di Greenham Common nel Berkshire avrebbe ospitato 96 missili Cruise. Era il 27 agosto 1981 e 36 donne, attiviste della “Women for Life on Earth”, partirono da Cardiff alla volta di Greenham, dove arrivarono 10 giorni dopo. Avendo chiesto senza successo un confronto televisivo con il governo sulla questione nucleare, decisero di accamparsi fuori dalla base. greenhamNon potevano immaginare che quell’esperienza sarebbe durata complessivamente 19 anni.

Infatti, sebbene la presenza stabile delle donne cominciò a ridursi  verso la fine degli anni Ottanta, quando con l’avvio del programma nucleare Trident fu chiaro che i missili presenti nella base di Greenham  sarebbero stati trasferiti altrove (l’operazione fu completata nel 1991), le ultime attiviste lasciarono il campo solo nel 2000, quando fu loro riconosciuto il diritto ad erigere sul posto un memoriale.

Si trattò di una protesta lunga, caratterizzata da una straordinaria creatività nonviolenta. 

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Dopo una prima fase di assestamento, nel febbraio 1982 le partecipanti all’occupazione decisero che il campo pacifista doveva essere esclusivamente femminile, affinché fosse garantita una completa adesione all’azione nonviolenta, in particolare nei momenti di confronto con la polizia e l’esercito.

Le cariche di polizia e gli arresti furono, infatti, numerosi. Ma gli accampamenti si ricostituirono dopo ogni sgombero. 

Non mancarono, inoltre, imponenti eventi dimostrativi, come l’Abbraccio alla Base del 12 dicembre 1982,

quando 30.000 donne rispondendo all’appello lanciato dalle attiviste raggiunsero Greenham per abbracciare la base, e la catena umana lunga 23 Km che nell’aprile 1983 collegò Greehnam Common allo stabilimento atomico di Aldermaston, a cui parteciparono 70.000 persone provenienti da tutto il mondo.

Ma il Women’s Peace Camp di Greenham fu, soprattutto, un luogo in cui il rifiuto popolare al nucleare prese corpo intorno ad una riflessione teorica ecologista e pacifista, trasmessa attraverso i tour di conferenze, tenute dalle attiviste presso altri campi analoghi nel mondo, le canzoni, raccolte nel volume Greenham Women Are Everywhere, un documentario diretto da Beeban Kidron e Amanda Richardson, Carry Greenham Home, e persino un racconto di Nicky Edwards, Mud

Dovendo scegliere una parola-chiave per definire quell’esperienza, la scelta cadrebbe su resilienza: non a caso le protagoniste scelsero come emblema la ragnatela a simboleggiarne la tenacia e la pazienza. 

 

(7 – Continua)